1° Marzo 1954, esplode la Bomba H nell’atollo di Bikini
1° Marzo 1954, 72 anni fà l’esplosione della Bomba H nell’atollo di Bikini.
Era notte sulle Isole Marshall, nell’oceano Pacifico, quando i marinai della tonnara giapponese Daigo Fukuryū Maru assistettero a uno spettacolo che non avrebbero più dimenticato. Era il 1° marzo 1954 e l’alba sembrava stranamente in anticipo. Ma quel che davvero li lasciò sgomenti fu il sole che anziché a est stava sorgendo a ovest. “D’improvviso il cielo si accese e il mare divenne più luminoso del giorno”, ricordò in seguito Yoshio Misaki, uno dei membri dell’equipaggio. “Sette o otto minuti dopo si udì un suono terrificante, come di una valanga. E una palla di fuoco dai mille colori apparve all’orizzonte”.
Poche ore dopo, una nevicata di cenere bianca cominciò a depositarsi sul ponte del peschereccio. Prima di sera, l’intero equipaggio venne colpito da tremiti di vomito e diarrea. La pelle dei marinai anneriva, i loro capelli cadevano a ciocche. Al rientro in Giappone, furono ricoverati in ospedale per essere stati esposti, a loro insaputa, al fallout radioattivo dell’esplosione nucleare più potente mai sperimentata dagli Stati Uniti. Il radio-operatore Aikichi Kuboyama morì alcuni mesi dopo. Tra il 1946 e il 1958, gli Stati Uniti condussero 22 test nucleari nel Pacifico meridionale che, tra militari e civili, impegnarono oltre 42.000 persone. Di questi esperimenti, il test Bravo era il più importante perché doveva mostrare al mondo il potere distruttivo della prima bomba H trasportabile, e dunque realmente impiegabile in un conflitto. L’ordigno, mille volte più potente delle atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki al termine della seconda guerra mondiale, venne fatto detonare quel 1° marzo in prossimità dell’atollo di Bikini, 137 chilometri a ovest dal punto in cui si trovavano gli inconsapevoli marinai della Daigo Fukuryū Maru.
Gli abitanti di Bikini erano stati evacuati sull’isola di Rongerik già nel 1946, nel primo dei cinque trasferimenti divenuti un esilio forzato che perdura ancora oggi. A Rongerik l’esercito americano aveva installato anche una stazione meteorologica per monitorare le condizioni atmosferiche nell’area degli esperimenti. La notte prima della detonazione, le condizioni meteo non erano favorevoli, forti venti in quota soffiavano verso le isole Marshall settentrionali, esponendo i residenti al rischio di essere contaminati dalle radiazioni. Ma rimandare non sembrava possibile: i recenti progressi compiuti dall’Unione Sovietica nella corsa agli armamenti atomici avevano spinto gli Stati Uniti ad affidare ogni decisione ai più alti livelli governativi e si decise di proseguire.
All’alba, la superbomba venne fatta detonare su una piattaforma artificiale posizionata a nord-ovest dell’atollo di Bikini. Una palla di fuoco larga sei chilometri si alzò verso il cielo e la temperatura del mare aumentò di quasi centomila gradi. In pochi istanti, tre intere isole e milioni di tonnellate di sabbia, coralli, piante e animali marini furono polverizzati dall’esplosione. Per un raggio di diversi chilometri, niente restò vivo o integro. Quattro ore dopo, un’immensa nube di cenere radioattiva, trasportata dai forti venti, oscurò il cielo sopra l’atollo di Rongelap, 125 miglia a est di Bikini. Gli abitanti, che non erano stati avvertiti del pericolo, lasciarono i bambini giocare con la cenere che a poco a poco, depositandosi al suolo, aveva formato uno strato di sei centimetri. Nel tardo pomeriggio si manifestarono i primi sintomi dell’esposizione alle radiazioni, gli stessi che avevano colpito l’equipaggio della Daigo Fukuryū Maru, gettando l’isola nel terrore. I soccorsi giunsero solo due giorni dopo e i militari americani non fornirono alcuna spiegazione.
La potenza dell’esplosione, oltre il doppio del previsto, aveva colto di sorpresa anche i responsabili del test Bravo. Una trentina di loro dovette ricorrere a immediate cure mediche, altri si ammalarono negli anni seguenti. Tra questi c’era John von Neumann, uno dei più importanti scienziati protagonisti del Progetto Manhattan, il programma di ricerca top secret che aveva fornito all’esercito statunitense i primi ordigni nucleari. Nel 1955 Von Neumann era diventato un autorevole consigliere militare degli Stati Uniti e un indefesso sostenitore della corsa agli armamenti. Di lui si dice che abbia ispirato la figura del dottor Stranamore, il cinico guerrafondaio protagonista dell’omonimo capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick, uscito sugli schermi nel 1964, che mette in scena in forma di parodia i rischi di una guerra combattuta con armi atomiche sempre più potenti. Certo è che, proprio come il dottor Stranamore, anche Von Neumann sarà costretto su una sedia a rotelle da un tumore alle ossa, sviluppato con ogni probabilità assistendo ai test di Bikini.
L’incredibile potenza della bomba H deriva dal fatto che l’ordigno si basa sulla fusione nucleare dell’idrogeno anziché sulla fissione dell’uranio o del plutonio, come le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Il combustibile della bomba H è infatti costituito da una miscela di isotopi di idrogeno, i cui nuclei sono costretti a fondersi sotto l’azione di temperature di centinaia di milioni di gradi, paragonabili a quelle che fanno brillare le stelle. La tragedia di Bikini ebbe un grande impatto sull’opinione pubblica mondiale, svelando l’immane potere distruttivo degli ordigni nucleari e il rischio senza precedenti che, in seguito a un incidente o a un atto deliberato, la Terra potesse diventare un luogo inospitale per la vita umana. Il timore rafforzò i movimenti pacifisti e la mobilitazione dei cosiddetti scienziati per il disarmo che già nell’autunno del 1945 avevano costituito la Federazione degli scienziati atomici (Federation of Atomic Scientists, FAS) con l’intento di avvertire l’umanità dell’immane pericolo che la scienza aveva contribuito a creare e fare pressioni sul governo e sull’opinione pubblica statunitense affinché le ricerche sull’energia nucleare fossero sottratte al monopolio militare. Nel luglio del 1955, pochi mesi dopo la tragedia di Bikini, Albert Einstein e Bertrand Russell, insieme ad altri scienziati e intellettuali, sottoscrissero un manifesto per invitare gli scienziati di tutto il mondo a «pensare in un modo nuovo» e a discutere dei rischi posti dalle armi nucleari.
La catastrofe che si consumò a Bikini, tuttavia, oggi è vista soprattutto come un atto di sopraffazione. Nonostante i rischi fossero stati in larga misura previsti, vennero taciuti agli abitanti dell’arcipelago, a cui fu detto che l’esperimento doveva compiersi per il bene dell’umanità e per mettere fine a tutte le guerre del mondo. Mentre in realtà si trattava di un’operazione condotta al solo fine di consolidare la supremazia militare degli Stati Uniti sulla pelle di una popolazione ignara delle conseguenze, che si protrassero per più generazioni. Nel giugno del 1968 gli sfollati fecero ritorno a Bikini perché secondo la commissione statunitense per l’energia atomica i livelli di radiazione non costituivano più un pericolo significativo. Ma dieci anni più tardi, nel 1977, gli scienziati scoprirono che le stime della radioattività erano completamente sbagliate: nei corpi delle persone rientrate a Bikini la concentrazione di cesio 137 aveva raggiunto livelli allarmanti e l’intera popolazione dovette ancora una volta lasciare l’isola. L’atollo di Bikini è stato dichiarato nuovamente abitabile nel 1997. Tuttavia, nonostante una parziale bonifica, la flora e la fauna selvatica, incluse le palme e le noci di cocco che costituiscono la tradizionale fonte di sostentamento dell’isola, risultano ancora oggi contaminate e non si possono mangiare.
Bikini è diventato un simbolo dei danni causati dai test atomici all’ambiente e alle popolazioni esposte alle radiazioni, spesso tenute all’oscuro dei pericoli della contaminazione. Ma Bikini non fu affatto un episodio isolato. Negli stessi anni, per esempio, la Gran Bretagna condusse i suoi test nucleari nell’Australia meridionale, in un’area remota ai margini del Gran Deserto Victoria chiamata Maralinga. In quel caso, a farne le spese, con il beneplacito del governo australiano, furono gli aborigeni Pitjantjatjara, vittime di un numero imprecisato di tumori, intossicazioni, cecità e trasferimenti coatti. Tra il 1956 e il 1963 sette test atomici e oltre 700 esplosioni di piccola potenza contaminarono una vasta area di Maralinga con 25 chilogrammi di plutonio 239, una delle sostanze più tossiche e persistenti che si conoscono: basta un milionesimo di grammo per uccidere un essere umano e il pericolo perdura per decine di migliaia di anni. Dopo la bonifica, avvenuta tra il 1994 e il 2000 al costo di 108 milioni di dollari, ciò che resta è una zona interdetta di 120 chilometri quadrati, troppo contaminata per poterla recuperare.
Nel 1951 le quattro maggiori potenze vincitrici della seconda guerra mondiale (Stati Uniti, URSS, Francia e Gran Bretagna) avevano già avviato i rispettivi programmi di armamento nucleare, raccogliendo l’eredità di Hiroshima e dando inizio all’era della guerra fredda. Si stima che a partire dal 1945 siano stati condotti più di 2.000 test atomici, di cui almeno 700 in atmosfera o in mare, con una potenza complessiva di 438 megatoni (pari a circa 30.000 bombe di Hiroshima). Il picco si raggiunse tra il 1961 e il 1963, quando le esplosioni si susseguirono all’incredibile ritmo di una alla settimana.
L’attesa è finita a settembre del 1996 affinché l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottasse il trattato per la totale interdizione degli esperimenti nucleari, inclusi quelli sotterranei, il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (CTBT). Tutte le nazioni dotate di ordigni nucleari, fatta eccezione per India, Pakistan e Corea del Nord che hanno negato la loro adesione, si erano impegnate a ratificare il documento. Tuttavia, Stati Uniti, Russia, Cina, Iran e Israele non l’hanno ancora fatto, cosicché il trattato non è potuto entrare in vigore. Ciò nonostante, da allora nessuna delle principali potenze nucleari ha più effettuato test atomici, accontentandosi di quanto appreso durante la guerra fredda e, almeno per il momento, ricorrendo alle sole simulazioni numeriche per valutare l’efficacia dei nuovi ordigni.

Giornalista, Libero Professionista, rugbista.





