Vannacci: “Il femminicidio è omicidio come tutti gli altri”

Femminicidio e omicidio: perché la distinzione non riguarda il valore della vittima, ma il movente del crimine
Le dichiarazioni di Roberto Vannacci sul femminicidio riaprono un dibattito che periodicamente torna al centro della discussione pubblica. Secondo l’europarlamentare, «il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri» e non dovrebbe essere considerato una categoria distinta, perché uomini e donne sarebbero uguali davanti alla legge e un reato non dovrebbe essere giudicato in base al sesso della vittima.
L’argomento può apparire intuitivo: se tutte le vite hanno lo stesso valore, perché distinguere tra l’omicidio di una donna e quello di un uomo? Tuttavia, la riflessione sociologica e criminologica sul femminicidio nasce proprio dalla consapevolezza che la questione non riguarda il valore della vittima, ma la natura del movente che porta al delitto.
Non una vita che vale di più, ma un crimine che ha caratteristiche specifiche
Quando si parla di femminicidio non si sostiene che la morte di una donna sia più grave della morte di un uomo. Nessuno studioso serio del fenomeno afferma che la vita femminile abbia un valore superiore o che l’uccisione di una donna debba essere considerata automaticamente più atroce.
Il punto è un altro: esistono omicidi che avvengono in un contesto di dominio, possesso, controllo o disprezzo nei confronti delle donne in quanto donne. In questi casi la vittima non viene colpita semplicemente come individuo, ma come appartenente a una categoria percepita dall’aggressore come subordinata o priva di autonomia.
La criminologia distingue da sempre i reati non soltanto per l’atto materiale compiuto, ma anche per il movente che lo ispira. È la stessa logica che porta a riconoscere aggravanti legate all’odio razziale, religioso o etnico: non perché alcune vittime valgano più di altre, ma perché la motivazione rivela una pericolosità sociale particolare.
Il ruolo del possesso e del controllo
La maggior parte dei femminicidi non avviene durante rapine, regolamenti di conti o conflitti tra sconosciuti. Avviene all’interno di relazioni affettive o familiari. Molte donne vengono uccise da partner, ex partner o uomini che non accettano una separazione, un rifiuto o l’autonomia della vittima.
In questi casi l’omicidio rappresenta spesso l’esito estremo di una cultura del possesso: «se non sei mia, non sarai di nessun altro», «non accetto che tu mi lasci», «non accetto che tu scelga per te stessa». Il bersaglio non è soltanto una persona specifica, ma l’idea stessa che quella donna possa esercitare liberamente la propria volontà.
Per questo numerosi sociologi parlano di violenza di genere. Non perché tutti gli uomini siano violenti, ma perché il movente si collega a modelli culturali che attribuiscono agli uomini un diritto di controllo sulle donne.
Perché il diritto nomina i fenomeni
Le categorie giuridiche e sociali servono anche a rendere visibili fenomeni che altrimenti rischierebbero di apparire come episodi isolati. Per secoli gli omicidi di donne da parte di mariti o compagni sono stati considerati semplici tragedie familiari, delitti passionali o esplosioni di gelosia.
La categoria di femminicidio nasce invece per evidenziare una regolarità statistica e culturale: molte donne vengono uccise in circostanze simili, da uomini che non accettano la loro libertà o la fine di una relazione.
Dare un nome a questo fenomeno non significa attribuire un valore diverso alle vittime, ma riconoscere che esiste una dinamica sociale specifica che merita di essere studiata, prevenuta e contrastata.
Un confronto improprio
Vannacci sostiene che, se esiste il femminicidio, allora dovrebbe esistere anche un «anzianicidio». Tuttavia il paragone presenta un limite. Gli anziani possono certamente essere vittime di violenze e omicidi, ma non esiste una struttura culturale diffusa che legittimi la loro uccisione in quanto anziani all’interno di rapporti di dominio analoghi a quelli studiati nelle violenze di genere.
Il femminicidio non viene definito semplicemente dal fatto che la vittima sia una donna, ma dal fatto che l’omicidio sia connesso alla sua condizione di donna e ai rapporti di potere che ne derivano.
La vera questione
Il dibattito sul femminicidio rischia spesso di ridursi a uno scontro ideologico. In realtà la domanda fondamentale è un’altra: esistono omicidi che nascono dal rifiuto dell’autonomia femminile, dal desiderio di possesso o da una concezione di inferiorità della donna?
Se la risposta è sì, come mostrano numerose ricerche sociologiche e criminologiche, allora la distinzione tra omicidio e femminicidio non riguarda la maggiore importanza della vittima, ma la specificità del fenomeno che produce quel delitto.
In altre parole, non si afferma che una donna uccisa “valga di più” di un uomo ucciso. Si riconosce che l’uomo che uccide una donna perché la considera una sua proprietà, perché non accetta la sua libertà o perché la ritiene inferiore manifesta una forma particolare di violenza che la società ha interesse a identificare, comprendere e prevenire.

