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“La prolungata grave siccità in atto Italia non è un evento imprevedibile, anzi era da mettere in conto”. Inizia così l’articolo a firma del colonnello Mario Giuliacci (foto da fb), meteorologo, noto personaggio televisivo e accademico italiano.

“Ma come al solito chi ha fin qui gestito la “res Pubblica”, nonostante gli accorati ripetuti appelli da anni da parte del mondo agricolo, ha fin ad oggi ignorato i chiari messaggi inviatici dalla natura. Allo scopo di non scontentare movimenti ambientalisti e campanilismi locali che hanno da sempre osteggiato e impedito di mettere mano alla soluzione del problema”, evidenzia il meteorologo. “Si spiega così perché il nostro Paese è sempre così in ritardo nell’affrontare le emergenze, anche quelle più evidenti e di cui si ha persino consapevolezza”.

“La crisi idrica in atto è peggiore di quella del 2003 – continua – tanto che il Po ha una portata d’acqua inferiore del 72% di quella naturale. La criticità riguarda l’acqua di sorgente. In questo inverno, così come in altri del recente passato, ha nevicato poco sulle montagne. La neve è la materia prima che con la sua fusione dovrebbe alimentare i fiumi tra giugno e agosto”. L’episodio di grave siccità in atto “non è un caso isolato”, evidenzia Giuliacci. Infatti, le statistiche climatiche mostrano che “negli anni 2000 la calamità è diventata via via più frequente e più grave, soprattutto sul Nord Italia. In particolare dal 2000 al 2021 la piovosità sul Centronord è stata inferiore alle media pluriennale per 13 annate”. Quindi, l’accademico pubblica altri dati: “Le annate con siccità record: 2003, 2011, 2015, 2017. Quattro episodi negli ultimi 10 anni”. “Un chiaro inascoltato campanello d’allarme – denuncia -. Episodi che – con l’inarrestabile surriscaldamento del pianeta e il Mediterraneo una delle aree più surriscaldate – diverranno con certezza ancor più frequenti, più intensi e più duraturi”, avverte.

La proposta: “La strada era ed è la creazione di molto piccoli invasi, (sbarramenti dei fiumi con altezza superiore a 6 metri fino a 10 metri e con volume di invaso superiore a 60.000 m3 e fino a 100.000 m3). Realizzati non avrebbero certo modificato più di tanto il locale paesaggio”. “Servirebbero per raccogliere l’acqua quando è in abbondanza per restituirla al territorio – non solo all’agricoltura – nei periodi di siccità. Per di più gli invasi sono in grado di difendere il territorio di dai disastri delle inondazioni che, negli ultimi anni, hanno prodotto danni ingenti all’agricoltura e non solo”. Gli agricoltori, secondo Mario Giuliacci, possono contribuire alla soluzione dl problema “realizzando, per le coltivazioni nelle quali si può, impianti di irrigazione efficienti a manichetta o a goccia. Ed evitando sempre di più l’irrigazione a pieno campo”. “Tutto ciò per sprecarne il meno possibile”, conclude il colonnello.