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Il delitto di via Carlo Poma è un omicidio commesso nel pomeriggio di martedì 7 agosto 1990 ai danni di Simonetta Cesaroni. Il crimine ebbe luogo in un appartamento al terzo piano del complesso di via Carlo Poma n. 2, nel Quartiere Della Vittoria a Roma, e rimane un caso irrisolto nonostante oltre trent’anni di indagini.

Le numerose inchieste condotte nel corso degli anni hanno portato a diverse accuse tra il 1990 e il 2011. I principali sospettati furono Pietrino Vanacore, portiere dello stabile dal 1986 al 1995; Salvatore Volponi, datore di lavoro della vittima; Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle che risiedeva nello stesso edificio; e Raniero Busco, fidanzato di Simonetta. Tutti furono successivamente scagionati dalle accuse.

Il caso ha attirato un grande interesse dell’opinione pubblica, con numerosi libri, trasmissioni televisive e persino un lungometraggio televisivo dedicato alla vicenda. Il delitto di via Poma è diventato un simbolo dei fallimenti investigativi, segnato da gravi errori che hanno compromesso le indagini e impedito di identificare l’autore del crimine. Non sono mai state chiarite l’identità dell’assassino, il movente, l’arma del delitto, i presenti nel comprensorio quel giorno, né l’ora precisa della morte della vittima.

La storia di Simonetta Cesaroni

Simonetta Cesaroni nacque il 5 novembre 1969 a Roma, nel quartiere Don Bosco. La sua famiglia era composta dal padre Claudio, tranviere, la madre Anna, casalinga, e la sorella Paola. Simonetta era fidanzata dall’estate del 1988 con Raniero Busco, residente nel quartiere di Morena.

Nel gennaio 1990, Simonetta trovò lavoro come segretaria contabile presso la Reli Sas, uno studio commerciale che aveva tra i suoi clienti l’A.I.A.G. (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù). Da giugno 1990, lavorava come contabile presso gli uffici dell’A.I.A.G. in via Poma 2 due pomeriggi alla settimana. La sua famiglia non era a conoscenza dell’ubicazione degli uffici, poiché Simonetta era molto riservata riguardo il lavoro.

Il delitto

La mattina del 7 agosto 1990, Simonetta si recò al lavoro alla Reli Sas e pianificò di andare negli uffici dell’A.I.A.G. nel pomeriggio per sbrigare alcune pratiche. Uscì di casa alle 15.00 e arrivò in via Poma intorno alle 16.00. Alle 17.15 ebbe l’ultimo contatto telefonico, ma alle 18.20 non effettuò la prevista telefonata di aggiornamento al suo datore di lavoro, Salvatore Volponi. Preoccupati per il suo mancato ritorno a casa, i familiari iniziarono a cercarla e la trovarono morta alle 23.30 nell’ufficio dell’A.I.A.G., uccisa con 29 coltellate.

La scena del delitto

La scena del delitto fu analizzata la sera stessa da Sergio Costa, vicequestore in servizio al SISDE. Simonetta fu trovata parzialmente svestita, con numerosi segni di armi da taglio sul corpo. Nonostante il numero di colpi inferti, le tracce di sangue erano poche, suggerendo un tentativo di pulizia da parte dell’assassino. Le chiavi dell’ufficio furono portate via, mentre alcuni effetti personali della vittima, tra cui gioielli, non furono mai ritrovati.

L’autopsia

L’autopsia rivelò che Simonetta aveva subito diverse ferite da taglio, principalmente sul volto, al collo, al torace e nella zona pubico-genitale. Le ferite furono inflitte con un’arma bianca da punta e taglio, ma non furono rilevati segni di violenza sessuale.

I sospettati

Pietrino Vanacore

Pietrino Vanacore, portiere dello stabile, fu inizialmente sospettato a causa di discrepanze nei suoi movimenti il giorno del delitto e macchie di sangue trovate sui suoi pantaloni, poi rivelatesi sue. Nonostante fosse rilasciato dopo 26 giorni di carcere e successivamente scagionato, rimase a lungo sotto sospetto. Nel 2010, si suicidò lasciando un messaggio in cui esprimeva il suo tormento per i sospetti durati vent’anni.

Federico Valle

Nel 1992, Federico Valle fu accusato in seguito a una testimonianza che suggeriva un collegamento con l’omicidio. Tuttavia, fu anch’egli scagionato.

Raniero Busco

Nel giugno 2004, i carabinieri del RIS di Parma, su incarico del PM Roberto Cavallone, analizzarono il lavatoio condominiale di via Poma senza trovare tracce collegabili al delitto di Simonetta Cesaroni. Nel febbraio 2005, il DNA di 30 sospettati, incluso Raniero Busco, fidanzato di Simonetta, venne confrontato con una traccia biologica trovata sul corpetto e sul reggiseno della vittima. Nel settembre 2006, ulteriori oggetti e tracce vennero analizzati, rivelando un DNA maschile, forse saliva, sui suddetti indumenti.

A gennaio 2007, il DNA di Busco risultò coincidente con le tracce sul corpetto e reggiseno, rendendolo ufficialmente indiziato. Nel settembre dello stesso anno, venne iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario. Nella primavera 2008, Paola Cesaroni confermò che Simonetta indossava indumenti intimi puliti il giorno del delitto, e una traccia di sangue mista, contenente il DNA di Simonetta e di un soggetto maschile, presumibilmente l’assassino, fu trovata sulla porta della stanza del delitto. Otto alleli di questa traccia coincidevano con il DNA di Busco.

Nel processo di primo grado del 2011, Busco venne condannato, ma nel processo di appello del 2012 fu assolto, con la Cassazione che confermò l’assoluzione nel 2014.

Le piste alternative

Le indagini esplorarono varie piste, inclusa l’ipotesi di un serial killer, presunti segreti legati all’AIAG, e possibili collegamenti con la Banda della Magliana e i servizi segreti. Nessuna di queste piste portò a una soluzione definitiva.

I processi

Nel 2010-2011 si svolse il processo di primo grado a carico di Raniero Busco, conclusosi con l’assoluzione in secondo grado nel 2012 e confermata dalla Corte di Cassazione nel 2014.

La riapertura delle indagini (2022)

Nel 2022, le indagini furono riaperte, ma fino ad oggi, non si conosce ancora il colpevole di questo orrendo crimine.

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