Il politically correct sta rovinando l’America: il vertice virtuale The Summit for Democracy, convocato da Joe Biden il 9 e 10 dicembre, non ha avuto il successo sperato. L’irritazione di alcuni Paesi per non essere stati convocati era scontata. Ma anche i partecipanti hanno mostrato scarso entusiasmo.

Pesa ovviamente lo scacco subito con il disastroso ritiro dall’Afghanistan, che la promessa di difendere Taiwan da un’eventuale invasione cinese non ha affatto mitigato. Si fa strada, insomma, la sensazione di trovarsi di fonte a un declino dell’impero americano, già evocato – con toni degni del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler – da numerosi intellettuali e analisti.

Elementi che confermano un quadro così fosco non derivano soltanto da considerazioni relative al mantenimento o meno della supremazia militare Usa. Ad essere in crisi, nell’America attuale, è la cultura nel senso più vasto del termine. Ovvero il settore che ha garantito il soft power degli Stati Uniti e la diffusione della American way of life nel mondo.

La crisi si manifesta infatti, in primo luogo, nelle università americane (e anche britanniche) con la diffusione senza limiti del politically correct, un fenomeno che impone la diffusione di un pensiero unico al punto di impedire di parlare a chi non è d’accordo con determinate tesi.

Non solo. Acquista sempre più forza la tendenza a licenziare docenti, anche famosi e in molti casi per niente reazionari, che non si adeguano a tesi preconfezionate spacciate come “verità assolute”.

Il problema è che non si tratta di casi relativi a piccoli college dell’Arkansas o dell’Oklahoma. Ad essere coinvolti sono soprattutto gli atenei più prestigiosi della Ivy League come Harvard, Princeton, Cornell, Yale, MIT etc. Dunque proprio quelli che in teoria sono il cuore della cultura americana, e che ogni anno riescono ad attirare milioni di studenti stranieri, cinesi in primis.

Poiché in un primo tempo sembrava una tendenza “di sinistra”, studiosi e docenti, in grande maggioranza progressisti, lo appoggiarono volentieri. In seguito i più accorti tra loro, soprattutto gli anziani come Noam Chomsky, iniziarono a fiutare il pericolo.

Se tu togli d’ufficio la parola a chi non concorda con te, e se poi fai addirittura pressioni per licenziarlo, compi un attentato contro la libertà d’espressione nel suo complesso. Stravolgi inoltre le caratteristiche principali della comunicazione culturale nel tuo Paese (gli Stati Uniti).

Tale cultura diventa insomma “illiberale”, poiché toglie il diritto di parlare agli avversari. E questo – almeno finora – in America non era possibile. Lo era invece nella Cina della Rivoluzione Culturale maoista, e lo è tuttora in quella di Xi Jinping.

Come possono allora gli americani convocare un summit globale sulla democrazia, accusando i Paesi non invitati di non rispettare i diritti umani e la libertà di espressione se poi, a casa loro, si verificano fenomeni assai simili? Ecco quindi il fallimento del summit e l’imbarazzo di Biden nel rispondere a queste accuse.

E’ pur vero che il governo Usa non è direttamente responsabile di questa situazione, poiché i suoi atenei sono per lo più privati e politicamente autonomi. Potrebbe tuttavia difendere con maggiore vigore il diritto alla libera espressione delle idee, e proteggere il dissenso ovunque essi si manifesti.

Se ciò non avverrà avremo una conseguenza davvero curiosa. Gli studenti provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese si troveranno in un ambiente culturale assai più simile al loro di quanto potessero immaginare, e diminuirebbe così la distanza – anche culturale – tra le due maggiori potenze del mondo contemporaneo.

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