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La sconfitta americana (e occidentale in genere) in Afghanistan sta assumendo proporzioni catastrofiche, tanto è vero che molti analisti prevedono una rapida caduta della stessa capitale Kabul. Aveva dunque ragione chi metteva in dubbio l’efficacia degli accordi stipulati tra gli Usa – presidente Donald Trump – e gli “studenti coranici” che si stanno riprendendo con le armi tutto il potere.
Mette conto notare, inoltre, che pur senza dirlo apertamente Joe Biden sta adottando senza remore il celebre slogan trumpiano “America first”. Del resto l’opinione pubblica Usa lo sta apertamente appoggiando, stanca di una lunghissima e costosissima guerra che non ha fornito alcun risultato positivo.
Pochi però s’interrogano circa il possibile futuro ruolo della Cina in questo contesto. La Repubblica Popolare, in effetti, ha un minuscolo (76 Km) confine comune con l’Afghanistan. Teme quindi infiltrazioni degli “studenti di teologia” nel proprio territorio.
Ipotesi fantasiosa? Non tanto tenendo conto dell’aggressività dei talebani e del loro desiderio di diffondere il verbo islamico ove possibile. Anche se, molti fanno notare, quello talebano è sì un movimento fondamentalista, ma con una fortissima venatura nazionalista basata sullo slogan “Niente stranieri nel nostro territorio”.
Che la leadership cinese sia comunque preoccupata è evidente. Una delegazione talebana è stata ricevuta a Pechino con tutti gli onori. Segno, questo, che Pechino si rende ben conto della pericolosità della situazione.
In realtà i talebani, se fossero davvero coerenti, dovrebbero odiare i cinesi a causa della spietata repressione da essi praticata nei confronti degli uiguri dello Xinjiang, musulmani e sunniti come loro. Negli scarni comunicati che i talebani rilasciano, tuttavia, della questione non c’è traccia alcuna.
Si tratta, forse, di un segno di realismo, giacché gli “studenti coranici” sanno che un futuro rapporto con la Repubblica Popolare potrebbe rivelarsi fruttuoso, soprattutto dal punto di vista economico e da quello degli investimenti infrastrutturali che i cinesi praticano, con profitto, in ogni parte del mondo.
Non solo. Avendo già il Pakistan come alleato, i cinesi potrebbero trarre molti vantaggi dai buoni rapporti con un Afghanistan in mano ai talebani. Soprattutto in funzione anti-indiana, giacché Pechino considera New Delhi come il suo principale avversario nello scacchiere asiatico. Senza contare che anche l’Iran, pur essendo in prevalenza sciita, avrebbe forse qualcosa da guadagnare nel nuovo quadro che si sta delineando.
In ogni caso è chiaro che la Repubblica Popolare, se riuscirà a stringere accordi con un movimento pur erratico come quello talebano, aumenterà ulteriormente il proprio peso nell’area, emarginando ancor più Usa e Occidente.
Una prospettiva allettante per Xi Jinping e il suo gruppo dirigente, anche se hanno più volte proclamato che ogni religione può sopravvivere in Cina solo conformandosi alle direttive e ai progetti dello Stato e, quindi, del Partito Comunista.
Ora occorre attendere la vittoria totale dei talebani, che sembra molto vicina, per capire come gli “studenti coranici” si rapporteranno con la superpotenza atea che ha un confine, per quanto minuscolo, in comune con il loro Stato. Il quale sarà, ovviamente, teocratico e impegnato a imporre la “sharia” nel proprio territorio.
Un bel rebus, insomma, e ciò spiega perché la Repubblica Popolare non ha visto con eccessivo favore il totale e rapidissimo disimpegno Usa nel Paese vicino. Non a caso, qualcuno sostiene che, comportando così, gli americani hanno lasciato il “cerino acceso” nelle mani dei cinesi.

Michele Marsonet

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