Nella notte la Procura distrettuale antimafia diretta da Maurizio de Lucia ha fatto scattare un blitz nei confronti di 33 persone. La retata dopo la  maxi indagine che ha visto impegnati i carabinieri del nucleo investigativo, i finanzieri del Gico del nucleo di polizia economico finanziaria e i poliziotti della squadra mobile. Ai domiciliari è finito anche un candidato (non eletto) al consiglio comunale nella lista di “Antonio Saitta sindaco”, si tratta di Natalino Summa: l’ordinanza firmata dal gip Maria Militello gli contesta l’accusa di voto di scambio, avrebbe pagato diecimila euro per il sostegno elettorale del clan Sparacio.

Era tornato a comandare Giovanni Lo Duca, il padrino che fino a due anni fa stava al carcere duro. Da contraltare a Fondo Pugliatti, c’erano gli Sparacio che per dimostrare il loro potere, avevano sfidato il lockdown organizzando un funerale in grande stile per dare l’ultimo tributo al padre di Salvatore il nuovo boss, arrestato stanotte.
L’11 aprile 2020, il funerale di piazza per Rosario Sparacio. Gli occhi della Mobile erano puntati su ogni  spostamento di questo corteo funebre che partirà da via Del Santo fermandosi alla sala biliardo “La Spaccata” gestita dal clan in via Piemonte. Una sosta di quindici minuti.  Un corteo che si dirigerà poi verso la Chiesa del Don Orione, per la benedizione del feretro nell’atrio antistante. Una benedizione di venti minuti,  così scrisse la polizia alla Procura, e scattarono delle sanzioni per la violazione delle norme anti Covid. Il controllo del territorio continua ad essere un vanto per gli Sparacio. Da qualche anno, da quanto raccontano i finanzieri del Gico, hanno occupato anche il territorio “virtuale” di Messina, con un fiume di scommesse on line su server illegali. Un modo per fare tanti lucrosi affari. E sono riconosciuti come potenti. Anche durante la campagna elettorale per le elezioni comunali del 2018, in cui si presentò il candidato Natalino Summa dal boss Salvatore Sparacio. E il padrino ordinò al clan: “Dobbiamo votare lui”.

Nel rione Maregrosso, si trova  “U picciriddu”, come lo chiamavano nelle intercettazioni, il trentenne Giovanni De Luca. Insomma vecchi e giovani boss che si spartiscono il territorio di Messina senza nessuna paura, fatto quasi spudoratamente e platealmente.

In modus operandi Messinese è lo stesso per tutta la Sicilia, i clan si riorganizzano a partire dagli scarcerati. Il 50enne Giovanni Lo Duca continuava ad essere una figura carismatica da quando aveva lasciato il carcere, due anni fa. Gli incontri al “Bar Pino”, in via Catania, di proprietà della sorella, anche lei finita in manette con l’accusa di associazione mafiosa. Le intercettazioni dell’Arma rivelano che pure Giovanni Lo Duca manteneva contatti con mafiosi di Palermo e di Agrigento, ma anche con esponenti dell’Ndrangheta. Un padrino è per sempre, come diceva il pentito Tommaso Buscetta al giudice Giovanni Falcone: “Si esce solo in due modi dall’organizzazione. O perché inizia a collaborare con la giustizia, o perché vengono ammazzati”. Finito di scontare il proprio debito con la giustizia, Lo Duca aveva dato nuovo impulso al traffico di droga e alle estorsioni: il clan terrorizzava i locali della movida con scorribande durante le serate, e poi offrivano protezione.