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A due anni dalla sua scomparsa lo scrittore inglese David Cornwell, più noto al pubblico con lo pseudonimo di John Le Carré, è molto rimpianto. Maestro indiscusso del genere spionistico, da molti ingiustamente considerato “minore”, Le Carré è autore di molti bestseller internazionali che hanno venduto milioni di copie in ogni parte del mondo.

Considerato uno dei più importanti autori britannici della seconda metà del ’900, proveniva egli stesso dal mondo dei servizi segreti, che poi lasciò per dedicarsi completamente alla carriera letteraria. I suoi personaggi non hanno nulla a che fare con James Bond (il celebre “agente 007”) di Ian Fleming, lui pure in forza per un certo periodo allo spionaggio inglese.

Possiedono invece una profondità psicologica del tutto degna dei grandi protagonisti della letteratura. In questo senso lo si può caso mai paragonare a un altro importante scrittore coinvolto nel mondo dello spionaggio. Parlo di Graham Greene, che con Il nostro agente all’Avana ci ha lasciato un memorabile affresco del mondo delle spie e delle sue innumerevoli contraddizioni.

Il primo bestseller di Le Carré fu il famoso libro La spia che venne dal freddo, tradotto in italiano nel 1964 e poi diventato un film di successo con Richard Burton come protagonista. In seguito Le Carré scrisse nello spazio di pochi anni altri tre romanzi che catturarono l’attenzione del grande pubblico. Si tratta della cosiddetta “Trilogia di Karla”, iniziata con il celeberrimo La talpa (1975), proseguita con L’onorevole scolaro (1978), e terminata con Tutti gli uomini di Smiley (1980).

“Karla” era, per la cronaca, il nome fittizio usato dall’autore per designare il capo del KGB, i servizi segreti sovietici. A lui si contrappone l’eroe eponimo George Smiley, a sua volta capo dei servizi britannici, impegnato a condurre una lotta mortale con lo stesso “Karla” nella quale, alla fine e pagando un grosso prezzo sul piano personale, Smiley riesce a prevalere.

Con grande abilità narrativa e in pagine ricche di suspense, Le Carré scrive anche di fatti realmente accaduti. Negli anni ’60 del secolo scorso, infatti, i sovietici erano riusciti a infiltrare in profondità i servizi inglesi piazzando al loro interno alcune “talpe”, di cui la più celebre fu Kim Philby che, quando stava per essere scoperto, fuggì in Unione Sovietica dove morì nel 1988.

La vicenda causò una lunga crisi dell’Mi5, il servizio di sicurezza e di controspionaggo del Regno Unito che, in effetti, non riuscì più ad eguagliare lo splendore del passato, cedendo man mano il passo alla CIA e ai servizi segreti USA. E nelle pagine di Le Carré si coglie spesso – non a caso – un certo anti-americanismo e una velata simpatia per i russi, considerati comunque “europei” a differenza degli alleati ufficiali americani.

Dopo la suddetta trilogia il nostro autore, rimasto orfano della Guerra Fredda in seguito al crollo del Muro di Berlino, non riuscì più ad eguagliare il vigore delle opere precedenti. Scrisse altri libri di livello come, per esempio, Il sarto di Panama e Casa Russia, ambientato nell’URSS di Gorbaciov. Ma l’epica lotta tra “Karla” e George Smiley era definitivamente finita, e Le Carré si dedicò a criticare nei romanzi successivi il neocolonialismo, lo strapotere delle grandi case farmaceutiche e delle multinazionali, assumendo addirittura posizioni anti-occidentali.

Produsse quindi opere assai lontane da quelle che considero “classiche” e nelle cui pagine figuravano personaggi come George Smiley, Jim Prideaux, Bill Haydon (che incarnava il “traditore” Kim Philby) e Alec Neamas. Cambiamento dovuto certamente a un’epoca ben diversa dal periodo della Guerra Fredda. Questo spiega perché – almeno a mio avviso – il secondo Le Carré, pur restando un romanziere di grande qualità, non riesce ad eguagliare il primo.

Forse era destino che accadesse. In uno scenario internazionale così confuso e difficilmente comprensibile anche il nostro David Cornwell alias John le Carré stentò a trovare spunti davvero interessanti, e stentò pure a costruire storie che, una volta lette, non si scordano più. Non era così prima, ai tempi dell’Unione Sovietica e del blocco comunista, quando il conflitto ideologico e la contrapposizione tra due sistemi alternativi di organizzare la società fornivano spunti in abbondanza. Un mondo in bianco e nero, è stato detto, nel quale si stava da una parte o dall’altra, e i dubbi venivano sedati in nome di un interesse superiore.

Dubbi che del resto nutriva anche George Smiley, agente segreto eccelso sul piano intellettuale ma con un fisico paffuto da impiegato. Eppure alcuni passi che lo riguardano, soprattutto ne La talpa, restano memorabili. Sposato con Ann, donna bellissima e affascinante che lo tradisce a più non posso, troviamo questo passo che la descrive: “La vide smontare, lasciando la freccia accesa, ed entrare nella stazione a informarsi: alta e l’aria sventata, straordinariamente bella, decisamente la donna di un altro uomo”.

E che dire di Bill Haydon, il grande traditore nonché amante a tempo perso della stessa Ann? Quando sta per essere smascherato a Londra in compagnia del suo controllore sovietico, le Carré scrive: “Ci sono momenti che sono troppo pieni di cose perché li si possa vivere nell’istante stesso in cui capitano. Per Guillam e tutti gli altri presenti, quello fu uno di questi momenti”.

Ecco, per trovare passi simili è inutile leggere gli ultimi libri di David Cornwell, non li contengono e non fanno venir voglia di rileggerli una seconda volta. Voglia che invece si manifesta prepotente con La talpa, Tutti gli uomini di Smiley, La spia che venne dal freddo, L’onorevole scolaro. Forse, come ho già detto, non fu colpa di le Carré: era cambiato il mondo. E può anche darsi che alcuni siano di parere diverso trovando gli ultimi libri più belli dei primi. A mio avviso l’ispirazione dello scrittore si andò esaurendo, e per fortuna possiamo ritrovare negli scaffali i vecchi capolavori ogni volta che vogliamo.

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