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Non c’è traccia di dolore nelle sue parole, né segni di sofferenza sul volto. Alessandro Impagnatiello, con un tono calmo e pacato, a tratti spavaldo, ha parlato ieri in aula per oltre cinque ore, ricostruendo la vicenda che lo vede imputato per l’omicidio di Giulia Tramontano. Nessuna lacrima, nessun segno di pentimento, nemmeno quando parla del figlio che Giulia, la sua compagna, portava in grembo.

L’interrogatorio in aula di Impagnatiello

È il giorno del suo interrogatorio, e Impagnatiello è un fiume in piena. «Aveva voglia di raccontare», spiega la difesa. Tutto ciò che dice ruota attorno a sé: la sua vita, il futuro lavorativo, i sogni infranti da quel bambino che non voleva. La sua narrazione sembra un tentativo di distanziarsi dal delitto, che definisce «l’atrocità che il mio corpo ha compiuto».

Una confessione senza rimorsi

Impagnatiello descrive dettagliatamente la sua vita, dagli anni delle elementari fino al giorno dell’omicidio. Ricorda un episodio con la maestra Annamaria che gli aveva dato un brutto voto, dicendo: «Neanche Alessandro è un dio». Racconta della «spaccatura» in sé stesso durante le indagini, quando sviava i carabinieri mentre mezza Italia cercava Giulia. «Lottavo tra due persone dentro di me: una sapeva che fine avesse fatto Giulia, l’altra continuava a cercarla», dichiara. Nonostante il tentativo di spiegare la sua condotta, non emerge alcun rimorso.

La reazione della famiglia di Giulia

L’aula è gremita di curiosi, ma il dolore della famiglia di Giulia è palpabile. La madre, Loredana, tiene davanti a sé una foto della figlia, mentre la sorella Chiara abbandona l’aula prima che Impagnatiello inizi a parlare. Chiara poi scrive sui social: «Hai fallito anche come testimone del tuo stesso omicidio. E con te ha fallito chi ti ha educato alla cultura del maschilismo e della menzogna». Loredana, uscendo dall’aula, dichiara ai cronisti: «Non sono io che mi devo vergognare. Parlate di Giulia, oggi è il giorno di Giulia».

Le domande delle pm e le giustificazioni di Impagnatiello

Davanti alle domande delle pm Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, Impagnatiello cerca di giustificare ogni azione, anche le più incriminanti. Il veleno trovato nel corpo di Giulia? «Gliel’ho somministrato solo due volte a maggio, mentre dormiva le ho infilato un granello nella bocca aperta». Le ricerche sul web riguardanti il veleno per topi? «Non volevo farle del male, volevo solo colpire il bambino». L’acquisto di cloroformio con un falso nome? «Volevo realizzare un acquario per le meduse: era un mio sogno da sette anni».

La ricostruzione della sera del delitto

Impagnatiello racconta la sera del delitto, il 27 maggio di un anno fa. Giulia era tornata a casa dopo aver scoperto la sua vita parallela: «Non c’era rabbia, mi ha detto che non avrei più visto lei e il bambino». Poi descrive l’omicidio con freddezza: «Mentre lei era abbassata, sono andato in cucina, ho preso il coltello, mi sono posizionato immobile dietro di lei. Quando si è rialzata, l’ho colpita al collo». Ammette di aver cercato di trasformare il corpo di Giulia in cenere, spostandolo dalla vasca da bagno al box, alla cantina, al bagagliaio della macchina. «Quel giorno sono andato a pranzo da mia madre mentre il corpo di Giulia era in auto», confessa. Ma quando gli chiedono perché l’ha uccisa, risponde: «Me lo sono chiesto miliardi di volte. È una domanda che non avrà mai una risposta».

Il processo continua, ma per la famiglia di Giulia, ogni udienza è un tormento che riapre ferite mai chiuse. E mentre Impagnatiello cerca di spiegare l’inspiegabile, la memoria di Giulia resta al centro delle loro vite e del loro dolore.

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