Quanto conta la storia del passato sovietico nell’attuale Federazione Russa? Moltissimo, si direbbe. Di certo conta molto per Vladimir Putin, la cui azione è soprattutto tesa ad impedire che la Russia diventi un Paese “normale” dopo aver sperimentato i fasti della superpotenza durante il periodo, per l’appunto, della ex Unione Sovietica.

In questo senso la rivolta scoppiata in Kazakistan, uno degli Stati chiave dell’Urss, è davvero emblematica. In tempi rapidissimi il leader del Cremlino ha attivato un’alleanza come la OTSC, della quale molti avevano scordato l’esistenza, per inviare in territorio kazako truppe russe e di altre Repubbliche ex sovietiche.

La mossa ha già dato dei frutti, giacché tali truppe, senza (o almeno così pare) impegnarsi in scontri diretti con i dimostranti, hanno tuttavia consentito di mettere in sicurezza edifici pubblici, aeroporti e altri asset strategici.

Quando il “presidente eterno” ed ex leader del locale partito comunista ai tempi dell’Urss, l’81enne Nursultan Nazarbayev, è fuggito, al potere c’era già il suo delfino Kassym-Jomart Tokayev, quello che ha chiesto l’intervento delle truppe russe e dell’alleanza CSTO, ordinando anche di sparare ai dimostranti ad altezza d’uomo.

Fa in effetti impressione vedere le immagini di interminabili file di tank e camion russi procedere spediti sulle strade innevate del Kazakistan. Rammentano, tali immagini, le invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia, anche se situazione e tempi sono molto cambiati.

Il problema è che Vladimir Putin non può permettersi di perdere questo enorme Paese situato in una posizione strategica tra Russia e Cina, quindi attento alle esigenze dei due potenti vicini, ma anche a quelle della Turchia di Erdogan. Il Kazakistan è in effetti uno snodo fondamentale della geopolitica contemporanea.

Deve tuttavia appoggiarsi su personaggi, appartenenti alla vecchia nomenklatura ex sovietica, che risultano per molti versi imbarazzanti e dediti ad uno sfrenato culto della personalità.

Lo è certamente Lukashenko, che reprime senza remore il dissenso interno e invia pure soldati nei Paesi alleati. Lo è stato sicuramente anche Nazarbayev, che ha addirittura chiamato con il suo nome la nuova capitale kazaka, anche se quel nome è destinato ad essere presto cancellato.

Si noti, tuttavia, che anche l’Armenia, essa stessa parte della OTSC, non ha esitato a partecipare all’operazione. E questo nonostante nessuno degli “alleati”, tranne i russi, si fosse offerto di aiutare gli armeni durante l’ultimo conflitto con gli azeri – supportati dai turchi di Erdogan – per il controllo del Nagorno Karabakh.

E’ evidente a questo punto che l’alleanza viene percepita come utile, e che a Mosca è tuttora riconosciuta una funzione di leadership che, visti i tempi, non era affatto scontata.

Putin ha però alcuni problemi. La sua Russia è molto forte militarmente ed è in grado di affrontare in campo aperto qualsiasi avversario. Ma è debole economicamente perché conta quasi soltanto sulle esportazioni energetiche. Il suo Pil è inferiore a quello di molte nazioni occidentali.

E’ inoltre impegnata su troppi fronti. Per quanto potenti siano le forze armate russe, c’è da dubitare che esse possano affrontare contemporaneamente disordini in Kazakistan, Bielorussia e, soprattutto, in Ucraina dove è in atto una vera e propria guerra nel Donbass. Senza contare gli impegni in Libia, Siria e altri teatri.

E’ probabile che, volente o nolente, il leader del Cremlino dovrà rafforzare ancor più i legami con la Cina di Xi Jinping che, del resto, ha appoggiato l’operazione kazaka nonostante la storica diffidenza reciproca sino-russa. Senza che, purtroppo, l’Occidente capisca l’utilità di staccare Mosca da Pechino.

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