di Corinne Bove

Vicenda Saman, confronto sia di vera conoscenza reciproca. La vicenda della giovane pachistana Saman (foto dal web) riflette uno dei molteplici aspetti che emergono e si palesano all’interno di una società multiculturale. Al contrario dei giovani musulmani radicalizzati che rivendicavano la propria identità come reazione alla cultura occidentale ritenuta insensibile ed escludente, la storia di Saman rivendica quel desiderio di emancipazione, di possibile apertura e di inclusione contrastato ancora una volta non da giustificazioni religiose ma in questo caso da consuetudini culturali che si tramandano. La domanda che spesso ci si pone è come e dove gli stati europei , non meno l’Italia, siano stati manchevoli nel promuovere strategie di integrazione efficaci. L’integrazione nei fatti e non in sostanza si è configurata e manifestata sovente nello stato di coabitazione, di tolleranza reciproca e condivisione del territorio, dove da parte di alcuni immigrati si è verificato un assorbimento dei costumi occidentali ma non un’acquisizione consapevole determinando dunque quella “confusione” identitaria che è sfociata poi in azioni eversive e violente avulse dall’Islam come avulse sono le consuetudini e le pratiche tribali in cui rientrano i matrimoni combinati. L’integrazione culturale è complessa, se da un lato le diversità devono costituire un valore aggiunto e fornire arricchimento nel tessuto sociale, dall’altro, hanno determinato e determinano tutt’ora isolamento o autoisolamento. La salvaguardia della propria cultura per molti diventa riparo e scudo da ciò che non si comprende o non si vuol comprendere, atteggiamento dipeso spesso da ragionamenti che seguono canali già precostituiti o dal bisogno di “conservazione” dei propri valori. L’attaccamento alle proprie radici è insito nell’essere umano e ancora più sentito da parte di chi emigra, il passato soggettivo trova conforto e continuazione all’interno delle massicce comunità straniere formatesi a seguito dell’aumento del fenomeno migratorio, da ciò scaturisce un sentimento positivo che porta il migrante a ricostruire un proprio microcosmo in un paese straniero, sentendosi meno solo condividendo la stessa sorte dei propri conterranei e un sentimento negativo che lo porta per lo stesso motivo a disinteressarsi al confronto. Lo straniero non sempre avverte la necessità di uniformarsi o adattarsi alla cultura ospitante. Questo cordone non reciso, anche in una società liquida e globalizzata comporta inevitabilmente la continuazione di quelle pratiche arcaiche considerate consuetudini eticamente e moralmente giuste da parte di chi le pratica. La pericolosità sociale risiede nel fatto che chi pratica determinate azioni non ragiona sul concetto di giusto o sbagliato, agisce per abitudine. Non a caso, le comunità islamiche hanno espresso il loro sdegno nei riguardi di alcune di queste pratiche quali l’infibulazione e i matrimoni combinati, che seppure praticate in territori islamici o da popolazioni musulmane non trovano riscontro nelle prescrizioni religiose e in tal caso ricordo che fu proprio l’avvento dell’Islam a decretare la fine della radicata concezione tribale retta da vincoli di sangue ad appannaggio della Umma. Questo stato di cose deve pertanto orientare e propendere verso un confronto che non sia inteso e semplificato nel dialogo e nella socializzazione dove la lingua è strumento di informazione ma non di vera conoscenza reciproca, è fondamentale entrare nella metafora dei linguaggi analizzando il punto di vista dell’altro per poter intervenire ed evitare che si verifichino barbarie. Il lavoro di prevenzione, come già sostenuto in precedenti incontri, deve avvalersi anche di personale esperto tra cui antropologi, islamologi capaci di intervenire nella traducibilità dell’altro e il desiderio di apertura da parte di tanti giovani naturalizzati indica senz’altro un segnale importante per un cambiamento inteso sì come libertà di scelta ma che al contempo non determini una rinuncia alla propria identità.