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di Corinne Bove

Afghanistan, Ercolani: “Vi spiego i veri motivi del fallimento della missione Usa-Nato”. Spiegare l’Afghanistan solo in termini di geo-politica non aiuta a comprendere il vero fallimento. Abbiamo chiesto a Giovanni Ercolani (nella foto) antropologo socioculturale, ricercatore presso l’Universita’ di Murcia in Spagna, di analizzare la situazione afghana da una prospettiva diversa da quella ampiamente diffusa dai media e dall’opinione pubblica.
 
“In termini di antropologia della sicurezza è fondamentale l’adattamento di una missione al contesto culturale in cui le attività di cooperazione avranno luogo. Nella fattispecie delle azioni socio-umanitarie e nel rispetto dei diritti umani, la missione militare si è avvalsa del fine di importare la democrazia. Il
fallimento delle aspettative possono trovare fondamento all’interno del concetto stesso di “importazione”di valori azzardando dunque una tesi che ha sottovalutato un contesto culturale nettamente diverso? Venti anni possono sembrare lunghi ma invalidanti se si verificano errori di comunicazione. Cosa è
mancato ?”

Sun Tzu scrisse ne “l’Arte della Guerra”: ‘se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia’. Questa frase che più o meno conoscono tutti si potrebbe utilizzare per introdurre l’argomento del fallimento della missione USA-NATO in Afghanistan. Questo perché il mio contributo sostiene che il primo vero fallimento è stato quello di non aver capito cosa era ed è l’Afghanistan. L’Afghanistan quindi presenta prima di tutto un problema ontologico ed epistemologico: che cos’è la realta’ di questo paese e come procediamo a costruire conoscenza su di esso. Da quello che ora leggiamo o vediamo si capisce che quasi nessuno abbia capito con che cosa si aveva a che fare. Ci si è nascosti dietro la mappa dell’Afghanistan, senza conoscerne il territorio. Si è andato a curare un malato senza ascoltarlo ma soltanto facendogli ingoiare delle medicine. Come si è stilata la diagnosi e poi si è preparata la cura? La narrativa ufficiale ha costruito un ‘paese’ che non corrispondeva alla realta’. Già l’amministrazione Clinton aveva creato i suoi ‘Balcani’, in modo da giustificare un non intervento USA nella guerra di Bosnia, basandosi su lavori non accademici. Lo stesso si evince dalla lettura del testo ‘La Guerra dopo la Guerra’ del ex generale Fabio Mini, da cui emerge la differenza tra la missione militare preparata alla scrivania e la realta’ del terreno vissuta dai soldati impegnati nella missione. Come nel caso dell’Afghanistan è stato creato un paradigma interpretativo di referenza officiale, ma poi chi erano gli esperti che lo hanno preparato? La sconfitta e la ritirata provano che si e’ persa la guerra dopo la guerra in Afghanistan, e confermano quindi l’esigenza di una rivoluzione scientifica in questo campo (produzione di conoscenza e paradigmi interpretativi). Lo stesso sosteneva Popper per quanto riguardava il processo di falsificazione. Quindi la prova del fallimento fa capire che non si è ascoltato ai soldati che nelle loro missioni tra la gente si rendevano conto di quello che stava succedendo e quindi vedevano e potevano avere conoscenza, o quanto meno erano nella posizione di tastare il polso della situazione. Quindi il paradigma si poteva aggiornare, e perché non si è fatto? La mappa poteva rappresentare meglio il territorio, ma non si è fatto. Wittgenstein disse che il limite della mia lingua è il limite del mio mondo. Si conosceva la lingua-cultura-metafore-immaginario collettivo dell’altro rappresentato dalle diverse etnie-realtà dove si è’ operato per sanare il ‘malato’? Questo vuol dire che la nostra azione stessa era limitata. Alla fine si è preferito abbandonare il malato alla sua ‘talebanite’. Allora, tornando a Sun Tzu si capisce che non si conosceva il nemico, ma non ci conoscevamo neanche a noi stessi. Chi siamo noi che siamo andati in Afghanistan? Provvisti di conoscenza o di opinioni? O si pensava che con i soldi, quattro sorrisi, regalare cioccolata, ecc, si poteva far ingoiare la pillola della democrazia occidentale? Se l’Universita’ di Bologna e’ stata fondata nel 1088 e rappresenta la fondazione dello spirito e pensiero critico in Occidente pensavamo veramente di iniettare ‘democrazia’ in societa’ di habitus e capitale socio-culturale-storico cosi’ diverso dal nostro? Allora mi domando se questo Afghanistan che dopo venti anni torna ad essere malato di ‘talebanite’ non sia altro che un ‘Afghanistan-Frankestein’ costruito da un paradigma occidente-NATO che ha messo da parte le regole per costruire conoscenza. Un ‘Afghanistan-Frankestein’ indottrinato, anabolizzato, frequentatore del corso intuitivo Assimil ‘Cultura e pratiche sociale occidentali’ in 100 lezioni, ecc. ecc. Ma alla fine un Afghanistan che non esisteva se non nelle nostri menti come ‘It’di Stephen King.
​Come risultato, il fallimento di questa missione è il fallimento di una epistemologia, è il ‘vero Afghanistan’ che ora torna a vincere su di un‘Afghanistan-doxa’ (opinione di Afghanistan) costruito dal paradigma occidente-NATO quindi piu’ vicino ad un discorso di propaganda che a quello di una vera diagnosi medica. Il fallimento ha dimostrato che il re è nudo, che l’Afghanistan paradigma-occidente-NATO è nudo. E non mi dite che non si sapeva. Chi ci guadagnava a stare zitto? Tutto è avvenuto, come direbbe Kundera, dietro al sipario della preinterpretazione di quello che è stato il grande teatro della guerra al terrorismo, con le sue fate, orchi, cavalieri, laboratori chimici, bombe atomiche, ecc.
Quindi torno al mio strumento di analisi suggeritomi da Michel de Montaigne che ‘c’e’ piu’ da fare ad interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose’.
Chi doveva interpretare l’Afghanistan? Come è stato interpretato? E ora la fuga-sconfitta è una sconfitta o il caos lasciato è esso stesso uno strumento di guerra in una nuova geopolitica? Dopo tutto le pagine de ‘La grande scacchiera’ di Brezinski, pubblicate prima del 11 settembre 2001, auspicavano che gli USA avrebbero dovuto lavorare-operare nella regione (Asia Centrale) in modo che nessun attore regionale sarebbe stato in grado di fare ombra al potere di Washington. Ora in uno scenario di geopolitica del caos, che unisce Afghanistan, Iraq, Siria all’Europa, in cui da anni le ‘bombe di emigrazione di massa’ hanno sostituito le ‘Armi di Distruzione di Massa’ su cui si basava l’equilibrio della guerra fredda, ed il fatto che le operazioni di crisis management avverranno sempre di piu’ nei territori definiti da Barnett come ‘gap non integrato’ (nuova mappa del mondo secondo il Pentagono) si capisce la necessita’ di disporre di antropologi della sicurezza e di esperti regionali.
Questo è a mio parere tutto cio’ che è mancato
.