Il Brigantaggio e il Mezzogiorno
Quando si parla di Brigantaggio, bisogna tenere a mente un concetto molto importante. Nel 1864 il politico Massimo D’Azeglio scrisse: “Si è fatta l’Italia senza averla mai studiata né conosciuta. Voler agire su un Paese senza averlo neppure veduto”.
In effetti la maggior parte dei politici piemontesi non avevano mai visitato le regioni del Sud. Camillo Benso, conte di Cavour, che si vantava di aver viaggiato in lungo e in largo per l’Europa, non si era mai spinto più a sud di Firenze, e oltre l’Arno non andò mai. E al ritorno disse al suo segretario: “Meno male che abbiamo fatto l’Italia prima di conoscerla”. Luigi Carlo Farini, che era anche medico condotto, quando nel 1860 fu inviato nelle province meridionali in qualità di luogotenente, non seppe nascondere il proprio stupore e il proprio aristocratico disprezzo: “Che Barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa. I beduini a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile!”.
In quegli anni si cominciò dunque a parlare di questione meridionale, per denunciare il ritardo economico e culturale in alcuni centri nel Sud del Paese. Ciò nonostante, lo scrittore francese Stendhal nel 1811 scriveva: “Debbo dire ciò che più mi ha colpito arrivando a Milano? Lo scrivo solo per me: è un certo odore di letame, il quale mi diceva chiaramente che mi trovavo a Milano”. Alcuni viaggiatori stranieri dell’epoca, inoltre, consideravano i Torinesi molto diversi dal resto degli italiani, soprattutto per il loro carattere che, dicevano, forse a causa del clima rigido, nulla aveva in comune con la gaiezza tipica degli abitanti della Penisola. E del resto, per spostarsi più facilmente da una città all’altra del Nord Italia, ancora non c’erano i treni come a Napoli dove, nel 1839 per volere di Ferdinando II, era stata costruita la prima linea ferroviaria, lunga circa sette chilometri, che collegava in soli nove minuti la città con il piccolo comune campano di Portici attraverso il “Vesuvio”, una locomotiva a vapore.
Sempre Napoli fu la città protagonista delle novità, e infatti appena due anni prima il sovrano aveva fatto illuminare le strade della capitale del Regno delle Due Sicilie con 350 lampade a gas, la prima illuminazione pubblica nel Paese e la terza in Europa dopo Parigi e Londra.
Le preoccupazioni destate dall’annessione del Regno delle Due Sicilie non derivavano solo dall’incontro di una società giudicata subito inferiore, da generiche e fallaci impressioni negative su comportamenti, costumi e modi di vita diversa dai propri, ma anche da una questione assai più concreta: il brigantaggio. Le diffuse preoccupazioni riguardo al dilagante fenomeno del brigantaggio nelle regioni del Sud, non solo sembrava confermare le prime impressioni a proposito del carattere ancora selvaggio e barbaro delle popolazioni meridionali, ma costituiva un pericolo per la stessa Unità poiché fecero temere gravi conseguenze a livello internazionale.
L’annoso problema delle usurpazioni delle terre e la situazione economica generale peggiorata dopo le iniziative doganali unitarie di Cavour fecero sprofondare il meridione in uno stato di povertà, degrado e disoccupazione. Il dissolvimento dell’esercito borbonico spinse anche sottufficiali e soldati a darsi al brigantaggio e così fu necessario l’impiego massiccio della forza della forza attraverso l’invio di truppe agli ordini del generale Enrico Cialdini che, però, risposero con altrettanta violenza e rappresaglie che colpivano anche le popolazioni che appoggiavano le bande.
Lo scontro tra i briganti e le truppe dello Stato italiano si andò configurando come una vera e propria guerra civile, soprattutto quando Garibaldi decise di liberare Roma dal governo pontificio al grido di “Roma o morte”. Il governo presieduto da Urbano Rattazzi reagì duramente: Garibaldi fu fermato in Aspromonte e nel 1862 fu decretato lo stato d’assedio nel Mezzogiorno, che durò fino a novembre. Lo stato d’assedio risultò essere inefficace, e venne istituita una commissione d’inchiesta composta da nove deputati che percorsero le province dove era presente il brigantaggio e osservarono luoghi e condizioni di vita dei contadini che, secondo Nino Bixio, erano “in ritardo di almeno tre secoli” sul resto d’Italia. Dalla relazione della Commissione d’Inchiesta fu varata la legge “Pica”, dal nome del deputato abruzzese Giuseppe Pica, il titolo della legge era: “Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Province infette e per la sua applicazione”. Venivano istituiti “sul territorio delle province infestate dal brigantaggio dei “tribunali militari”. Si trattava di una legge speciale che, di fatto, era incostituzionale divideva in due l’Italia: da una parte il Nord e il Centro e dall’altra tutte le regioni del Meridione.
La questione meridionale, quindi, fu un grande problema nazionale dell’Italia unita. Il problema riguardava le condizioni di arretratezza economica e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861. I governi sabaudi avevano voluto instaurare in queste province un sistema statale e burocratico simile a quello piemontese. L’abolizione degli usi e delle terre comuni, le tasse gravanti sulla popolazione, la costrizione obbligatoria e il regime di occupazione militare con i carabinieri e i bersaglieri, creò nel Sud una situazione di forte malcontento. Da questo malcontento vennero fuori alcuni fenomeni di brigantaggio, la mafia e l’emigrazione al nord Italia o all’estero.

