Le cause della prima guerra mondiale (VI parte)
Gli attentatori non erano a conoscenza della natura dei rapporti tra l’imperatore d’Austria e l’arciduca.
Questi, infatti, era una dei pochi uomini di potere che guardasse con una certa simpatia alla causa serba e si pensava che progettasse di sostituire il dualismo austro-ungarico con un trialismo di Austria, Ungheria e paesi slavi meridionali. Per le sue idee politiche e per lo scandaloso matrimonio con Sophie Chotek von Chotkowa, che non apparteneva a nessuna delle dinastie europee regnanti, Francesco Ferdinando si era alienato le simpatie della corte e dello zio, Francesco Giuseppe, che sembra aver reagito alla notizia dell’attentato con queste parole: “Un potere superiore ha ristabilito l’ordine che io, purtroppo, non sono riuscito a preservare“.
Nonostante un mese di continui rimandi, già all’indomani dell’attentato il ministro degli esteri austriaco, conte Berchtold, e il capo di stato maggiore, barone Conrad von Hötzendorf, fremevano al pensiero di approfittare della situazione per ridimensionare il ruolo della Serbia. Francesco Giuseppe, però, non si dimostrava pienamente convinto dal progetto e temeva che un attacco alla Serbia avrebbe coinvolto altre potenze, prima fra tutte la Russia.

Il conte Tisza, il primo ministro ungherese, condivideva gli stessi dubbi dell’imperatore obiettando che non sarebbe stato difficile trovare un casus belli qualora ce ne fosse stato bisogno. Conrad, allora, si preoccupò di coprire le spalle all’Austria e cercò di coinvolgere la Germania, inviando al Kaiser un memorandum e una lettera personale firmate dell’imperatore.
D’altro canto Guglielmo II non aveva bisogno di sollecitazioni e rivelò subito i suoi più drastici intenti. In realtà, fino a poco tempo prima, il Kaiser si era sempre presentato di indole moderata riguardo a un conflitto su vasta scala e questo suo mutamento di umore risultò imprevisto. Probabilmente le cause sono da ricercare nel fatto che non voleva essere tacciato di debolezza o, piuttosto, che voleva ricordare l’amicizia che lo legava al principe assassinato. Il 5 luglio, con una lettera, la Germania assicurava il suo più completo appoggio, aggiungendo che la Russia “non era assolutamente pronta per la guerra”. Riguardo al terzo componente della Triplice Alleanza, l’Italia, l’Austria preferì tenere Roma all’oscuro dei propri piani, sicura che sarebbe bastato l’alleato tedesco a scongiurare il disastro.
Nelle due settimane successive all’attentato la situazione europea sembrava ancora lontana dallo scoppio di un conflitto su vasta scala, tanto che in tutti i paesi le previsioni si mostravano sempre ottimistiche. Il 30 giugno Arthur Nicolson, il più alto funzionario al Foreign Office, scrisse all’ambasciatore britannico a San Pietroburgo: «La tragedia che si è appena consumata a Sarajevo non comporterà, credo, ulteriori complicazioni»
Nel frattempo in Austria i ministri discutevano su quali misure dovessero adottare contro la Serbia e solo il conte Tisza sembrava covare profetici dubbi: «l’attacco austriaco alla Serbia provocherà, per quanto umanamente possibile prevedere, una guerra mondiale»
Le incertezze del primo ministro ungherese, però, vennero presto messe in sordina di fronte al fatto che ulteriori indugi avrebbero solo peggiorato la situazione. Se l’Austria si fosse mostrata debole, avrebbe infatti rischiato di perdere la stima e l’appoggio della Germania.
L’ultimatum

Mentre Nicolson persisteva nel suo atteggiamento ottimista, scrivendo all’ambasciatore britannico a Vienna: «Dubito che l’Austria prenda iniziative serie e prevedo che la tempesta si placherà» proprio intorno al 9 luglio in Austria si cominciavano a muovere i primi passi per la redazione di un ultimatum da inviare al governo serbo. L’obiettivo consisteva nell’avanzare delle richieste talmente improponibili che il netto rifiuto serbo avrebbe inevitabilmente spinto l’Austria a dichiararle guerra. Le condizioni, definite a Vienna il 19 luglio, erano rappresentate in quindici punti, alcuni dei quali violavano palesemente l’indipendenza serba. Oltre alla repressione di qualsiasi forma di propaganda antiaustriaca, l’ultimatum chiedeva che il governo serbo condannasse i militari implicati nell’attentato, che promettesse la cessazione delle ingerenze in Bosnia ed esigeva l’esonero di qualsiasi funzionario serbo nonché la nomina di funzionari austriaci nei posti di potere.
Il 21 luglio, dietro spinta dei propri ministri, Francesco Giuseppe diede l’assenso alle condizioni poste, dichiarando: «La Russia non può accettarlo… Ciò significa la guerra generale»

L’ultimatum venne consegnato alle ore 6 di mattina del 23 luglio ponendo come termine massimo 48 ore. Il giorno successivo il governo tedesco avvia la propria politica offensiva trasmettendo ai governi di Russia, Francia e Gran Bretagna delle note diplomatiche che definivano le richieste austriache “moderate e giuste“, aggiungendo, a mo’ di minaccia, che “ogni interferenza” avrebbe portato ad incalcolabili conseguenze. Due minuti prima della scadenza delle 48 ore, la risposta serba venne consegnata all’ambasciatore austriaco, barone Giesl, che, senza averla neanche letta, secondo gli ordini ricevuti, lasciò in treno Belgrado. Tre ore dopo cominciava la parziale mobilitazione delle forze austriache sul fronte serbo. Il 24 luglio, d’altro canto, il consiglio dei ministri russo decise di mobilitare in segreto tredici corpi d’armata pronti a iniziare l’offensiva contro l’Austria in nome del panslavismo.
In realtà la Serbia, su consiglio dell’Intesa, aveva risposto abilmente alle brusche richieste austriache accettandole tutte, a eccezione dei punti che violavano manifestamente l’indipendenza serba. Nonostante a Vienna ed a Berlino non si tenesse conto di questa svolta continuando a percorrere la linea politica già predisposta, l’accondiscendente risposta della Serbia mutò radicalmente la situazione. Di fronte alla nuova situazione, solo il 27 luglio il cancelliere del Reich Bethmann Hollweg decise di cambiare strategia politica e, seguendo i consigli del governo britannico, esortò l’Austria-Ungheria alla moderazione spingendola ad avviare trattative bilaterali con la Russia. Lo stesso Guglielmo II dopo aver letto la nota serba pare che abbia esclamato: «Ma allora viene a mancare ogni motivo di guerra!»
Ormai, però, i “giochi erano fatti” e l’Europa si era avviata verso una strada senza uscita. Tutte le grandi potenze avevano cominciato a dare le prime disposizioni militari (persino in Gran Bretagna il generale Horace Smith-Dorrien aveva ordinato di presidiare “tutti i punti vulnerabili” nel sud del paese e alle ore 12 del 28 luglio l’Austria dichiarò ufficialmente guerra alla Serbia. La mobilitazione totale avviata il 29 luglio, diede inizio al “fatale automatismo delle mobilitazioni” che nel giro di poco tempo avrebbe spinto tutte le nazioni europee nell’inesorabile vortice di una guerra totale.

