Mario Pagano tra riformismo e rivoluzione
Pagano nacque a Brienza, l’8 dicembre 1748.
Il paesino, feudo dei Caracciolo, situato ai confini tra la Lucania e la provincia di Salerno, era immerso in quegli anni in un’atmosfera ancora feudale, dove i privilegi erano la norma e non rare erano le ribellioni contadine domate nel sangue. Il giovane Francesco Mario compì i suoi studi a Napoli; sotto la guida del sacerdote Giovanni Spena e del famoso Alessio Simmaco Mazzocchi acquisì la conoscenza del greco e del latino e della storia antica, maturando un “habitus” intellettuale profondamente impregnato di formale classicità.
Il suo interesse per l’attività letteraria fu sempre vivo, scrisse commedie, drammi e molti componimenti poetici i cui temi oscillavano tra interesse politico – libertari e un vago, arrendevole sentimentalismo, spia di quelle avanguardie pre -romantiche che Pagano, insieme con l’amico Domenico Cirillo, introdusse nel raffinato, ma arcaico ambiente letterario napoletano.
I suoi studi giuridici, conclusi con la laurea in giurisprudenza, gli consentirono di intraprendere la carriera di avvocato che, per quanto non costituisse il punto più alto delle sue aspirazioni, gli permise di ottenere agi economici ed una notevole fama. Negli anni in cui svolse l’attività forense fu netta la sua opposizione all’uso della tortura come metodo per estorcere le confessioni e le sue motivazioni non furono di ordine umanitario, ma si basarono su procedimenti di tecnica giuridica.
E’ indubbio che l’attività riformatrice in campo giuridico rappresenta il punto più alto di convergenza delle esigenze politiche e filosofiche di Pagano, il momento in cui il pensiero si fa atto e la teoria si sostanzia nella concreta applicazione. Il nucleo del pensiero filosofico e politico di Pagano riconduce inevitabilmente alla sostanza dell’insegnamento di Vico e Genovesi. Se Genovesi, in senso stretto, creò una scuola, i cui discepoli utilizzarono in direzioni diverse stimoli e sollecitazioni cultuurali e di ricerca, Vico rimase la grande sorgente a cui attingere, il maestro delle teorie generali della storia, lo studioso dei principi universali, che aveva però indicato anche la strada per la loro filologica applicazione al campo del reale.
Queste idee costituirono un fertile terreno per lo sviluppo dell’impegno politico, che andò progressivamente manifestandosi soprattutto negli anni ’80, l’amicizia e la collaborazione con Gaetano Filangieri, prolungatesi fino alla tragica morte dell’autore della “Scienza della legislazione”, avvenuta il 21 luglio 1788, lo spinsero ad una frequenza sempre più assidua dei salotti letterari, divenuti ormai passaggi obbligati nei quali la convivialità del perbenismo sociale cedeva il passo alla più serrata volontà di coagulare un più intenso sforzo riformatore intorno ad un generale progetto di idee.
Una più aperta militanza politica si registra, nei comportamenti di Pagano, nei primi anni dell’ultimo decennio del secolo. Sebbene non si conoscano reazioni ufficiali da parte sua dopo lo scoppio della Rivoluzione francese e nel Saggio V dei “Saggi politici” egli affermi che la moderazione del governo è una delle principali componenti della cultura delle Nazioni, è evidente che nella mente di Pagano affiora l’ostilità alla monarchia, vista come unico ostacolo alla costituzione di uno Stato moderno e democratico. Pagano si trovò immerso in quel clima perché chiamato a difendere i cospiratori della disciolta “Società patriottica”, che erano stati arrestati nel 1794 dopo la scoperta dell’organizzazione. Il suo intervento assume un duplice importante rilievo: ideologico, perché in quella circostanza dovette definitivamente maturare la sua avversione politica alla monarchia; giuridico, perché tentò di dimostrare che un delitto di lesa maestà è tale solo quando è posta in atto una cospirazione, non quando sussistono solamente principi e intenzioni cospirative. Come è noto, i cospiratori furono condannati, e tre di loro a morte: il difensore non era riuscito a dimostrare che la cospirazione era rivolta ad abattere ogni forma di tirannide, non la monarchia. Ma, il clima politico era ormai compromesso e nel 1975 la monarchia intensificò il giro di vite attuando una serie di arresti, nei quali fu coinvolto anche il Pagano: i suoi “Saggi” avevano assunto una connotazione ideologica più pericolosa in quella atmosfera di reazionaria restrizione. Non subì l’onta del carcere in quell’occasione, ma non poté evitarla nel 1796, quando fu costretto a rimanere per due anni nelle galere borboniche nonostante mancassero probanti capi d’accusa contro di lui: in quell’occasione naufragava tutto il suo progetto di riforma dei procedimenti giudiziari e del processo criminale, così come apparì in maniera inequvocabile che la collaborazione tra riformatori e monarchia fosse finita.
Liberato dopo il 25 luglio del 1798, Pagano si recò prima a Roma e poi a Milano. Quando però nel 1799 il Regno di Napoli fu sconvolto dalla rivoluzione e fu istituita la Repubblica, Pagano ritornò a Napoli dando inizio all’ultima stagione della sua vita, quella di governatore e di patriota, a cui era giunto con un processo drammatico di coscienza che lacerò la sua coscienza di intellettuale. Gli avvenimenti più importanti della vita di Pagano in questo momento storico si condensano in due atti fondamentali: l’elaborazione del “Progetto di costituzione” della Repibblica Napoletana e la sua coraggiosa ascesa al patibolo. In realtà la sua figura resta il lucido esempio di un tormentato percorso intellettuale, segnato da cadute ma privo di ripensamenti o arretramenti ideologici, la sua morte sembra essere la logica conclusione di una vita costruiva per approdare ad un ideale di verità, non una suprema punizione assegnata per un improvviso atto rivoluzionario. Un’illuminata saggezza lo guidò e lo sorresse anche nel momento drammato della fine: non si sottrasse, non maledì, non rimpianse, accettò che nell’unico processo in cui era imputato uscisse, sconfitto irrimediabilmente, dalle austere aule della vita.

