Torino 2017: la trappola di Piazza San Carlo
La sera del 3 giugno 2017, Piazza San Carlo – il “salotto” di Torino – è gremita da oltre 30.000 persone. Sul maxischermo si proietta la finale di Champions League tra la Juventus e il Real Madrid, giocata a Cardiff (per la cronaca, i bianconeri persero 4-1). Una serata in cui la sofferenza avrebbe riguardato solamente il destino in campo della Juventus, ma la storia fu ben diversa. Verso le 22:15, durante il secondo tempo della partita, un’improvvisa ondata di panico si propaga dal centro della piazza. La folla, terrorizzata da quello che inizialmente molti scambiano per un attentato terroristico (il ricordo della strage del Bataclan e dei recenti attacchi a Londra è ancora vivissimo), inizia a fuggire in modo disordinato e travolgente. Migliaia di persone corrono verso le strette vie di fuga della piazza, calpestandosi a vicenda. Il bilancio finale è drammatico: oltre 1.500 feriti, molti dei quali tagliati profondamente dai cocci delle bottiglie di vetro che tappezzavano il suolo, e tre vittime accertate. Si tratta di Erika Pioletti (deceduta pochi giorni dopo per schiacciamento toracico), Marisa Amato (rimasta paralizzata e deceduta nel 2019 per le complicanze delle lesioni) e Kevin D’Alò (giovane tifoso morto in seguito alle complicazioni dei traumi riportati).
Le indagini della magistratura hanno svelato una realtà agghiacciante: a scatenare il panico non era stato un attacco terroristico, ma l’azione criminale di una banda di rapinatori. Un gruppo di quattro giovani, originari del Marocco, era entrato in piazza con l’obiettivo di derubare i tifosi di catenine d’oro e portafogli. Per facilitarsi il compito e aprirsi la strada nella calca, la banda aveva utilizzato dello spray al peperoncino. L’aria urticante, il bruciore agli occhi e il rumore di una transenna caduta (scambiata per un’esplosione) scatenarono l’effetto domino che portò alla strage. I quattro componenti della banda sono stati successivamente condannati per omicidio preterintenzionale.
Accanto alle responsabilità materiali della banda, l’inchiesta ha messo in luce gravi falle organizzative e gestionali nella macchina della sicurezza e dell’ordine pubblico. Piazza San Carlo era una trappola: non erano stati previsti varchi di accesso controllati, le vie di fuga erano parzialmente ostruite e non era stato applicato il divieto di vendita di bevande in vetro (i cui cocci hanno causato la maggior parte dei ferimenti). Il percorso giudiziario ha coinvolto i vertici delle istituzioni cittadine dell’epoca. L’allora sindaca di Torino, Chiara Appendino, è stata condannata in via definitiva (pena sospesa) per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo, a causa delle carenze organizzative dell’evento gestito dal Comune e dalla partecipata Turismo Torino. Condanne hanno colpito anche l’ex questore di Torino, Angelo Sanna, e altri funzionari responsabili della gestione della piazza.
La tragedia di Piazza San Carlo ha segnato uno spartiacque radicale nella gestione degli eventi pubblici in Italia. Pochi giorni dopo i fatti, l’allora Capo della Polizia Franco Gabrielli emanò le storiche “Direttive Gabrielli” (poi integrate dalla circolare Piantedosi). Da quel momento, le regole per qualsiasi manifestazione pubblica (concerti, sagre, eventi sportivi) sono cambiate per sempre, introducendo il concetto rigoroso di Safety (misure strutturali, vie di fuga, capienza massima calcolata al millimetro). Anche il concetto di Security (servizi di ordine pubblico, controlli ai varchi con metal detector) è diventato centrale dopo la notte di Piazza San Carlo, così come è diventata normale amministrazione il divieto assoluto di introdurre e vendere contenitori di vetro e lattine all’interno delle aree dell’evento. Ogni volta che oggi entriamo in una piazza transennata per un concerto o un festival, le regole rigide che seguiamo sono figlie di quella tragica notte di Torino.

