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Elon Musk e lo smart working. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo pubblicamente e senza tante perifrasi. Terminata l’emergenza pandemica, bisogna farla finita con il cosiddetto smart working, o “lavoro intelligente”, o “lavoro agile” che dir si voglia. Lo ha fatto, quasi con brutalità, Elon Musk, l’imprenditore CEO di “Tesla”, l’azienda americana che è la maggiore produttrice mondiale di auto elettriche. Con fabbriche, tra l’altro, anche in Cina.

Con un messaggio di posta elettronica, Musk ha invitato i suoi dipendenti a tornare in ufficio per lavorare in presenza per un minimo di 40 ore settimanali. Com’è noto, il personaggio non ha peli sulla lingua e non ha esitato a scrivere: “Scordatevi di lavorare ancora dal salotto, la pacchia è finita”.

In realtà, in Italia l’aveva detto anche il ministro Brunetta rivolgendosi soprattutto ai dipendenti della pubblica amministrazione. Senza grandi risultati, però, e per constatarlo basta recarsi nei pubblici uffici e vedere scrivanie e sedie vuote a più non posso. Vedremo se a Musk andrà meglio.

Ovviamente il problema è delicato. Nessun dubbio che, a pandemia in corso, lo smart working abbia svolto un ruolo prezioso. In sua assenza alcune attività sarebbero state sospese, con tutte le conseguenze negative del caso. Peccato che, in alcuni settori, non si potesse proprio fare, obbligando quindi i lavoratori – pur dotati di mascherina – alla presenza fisica. Si pensi, per fare solo pochi esempi, a medici, infermieri, ferrovieri, conducenti dei mezzi pubblici.

Ritornata la normalità non vi sono più ragioni cogenti per proseguire con questo andazzo. Gli addetti degli uffici che rilasciano certificati dovrebbero essere presenti, così come gli impiegati degli enti pubblici. Si dice che in tali casi gli utenti possono navigare nei portali, trascurando il fatto, già di per sé increscioso, che i suddetti portali hanno una struttura così bizantina da scoraggiare anche chi non è del tutto privo di capacità informatiche.

Chi ha avuto l’esperienza di insegnare corsi online all’università sa bene che l’interazione con gli studenti diventa in quel caso assai più difficile. Si distraggono e capita di vederli impegnati in attività che nulla hanno a che fare con la lezione in corso. Eppure parecchi hanno preferito il remoto anche quando era possibile la presenza fisica. Dipende tutto dal fastidio d’indossare la mascherina?

Personalmente non lo credo. In effetti è più comodo ascoltare il docente seduti sul divano di casa in pantofole, magari con il gatto che ogni tanto spunta a curiosare mettendo il muso davanti alla telecamera. Può anche essere divertente, se uno non si arrabbia. Ma è chiaro che il valore di una didattica impartita in quel modo non è la stessa della didattica “reale”, dove studenti e docenti hanno modo di guardarsi in faccia senza il velo dello schermo di un PC.

A un certo punto si è pure paventato che le università si trasformassero in atenei telematici, ipotesi ora meno plausibile ma non del tutto scongiurata. Il fatto è che lo smart working da un lato induce alla pigrizia e, dall’altro, ne è il frutto. Non si deve tuttavia scordare che in quasi tutte le manifestazioni del lavoro umano giocano un ruolo essenziale l’inter soggettività e la collaborazione, che non sono affatto garantite dallo schermo di un computer.