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I limiti della tolleranza. Si può discutere all’infinito sul multiculturalismo, sui suoi aspetti positivi e su quelli negativi. I rappresentanti delle diverse fedi possono riunirsi ad Anversa, su invito della Comunità di Sant’Egidio, e produrre ottime dichiarazioni che invitano alla pace e alla concordia trovando subito l’intesa. E il Papa può ribadire – come del resto deve fare – l’inutilità di ogni tipo di guerra facendo volare colombe bianche in Piazza San Pietro. Tutto bello, tutto condivisibile. Soltanto sul piano teorico, però.

Il problema è che in Occidente si è da molto tempo diffuso un atteggiamento di tolleranza estrema che ha fissato in modo pressoché definitivo i confini del politically correct, e tale atteggiamento si è imposto come una verità indubitabile che non può perciò essere contestata. E, se qualcuno lo fa, corre rischi seri.

Si è in altri termini dato per scontato che le culture (per non usare un termine più impegnativo e controverso come “civiltà”) siano per loro natura portate al dialogo o, che siano fatte “per intendersi”. Per nostra sfortuna non è così, poiché spesso le culture sono portatrici di valori opposti e tra loro inconciliabili.

Tuttavia, nella situazione che stiamo vivendo attualmente, è opportuno esaminare problemi pratici piuttosto che impegnarsi in dibattiti filosofici e sociologici. E il problema pratico principale che le nazioni occidentali devono per forza affrontare è il seguente. La massiccia immigrazione nei loro territori, e in particolare quella proveniente dai Paesi islamici, ha prodotto delle vere e proprie “isole” culturali facilmente visibili non solo nei grandi agglomerati urbani, ma anche nelle cittadine di provincia. Parlo di “isole” poiché si tratta di comunità che vogliono vivere a Roma, Londra o Parigi come se si trovassero a Baghdad, Islamabad o Riad.

In Germania si sono scoperte ronde di volontari che controllano in certi quartieri il rispetto della Shari’a da parte degli abitanti, e il caso dei predicatori che incitano alla guerra santa nelle moschee sorte nelle nostre città è troppo noto per meritare ulteriori commenti. L’inconciliabilità dei valori di cui parlavo poc’anzi, in assenza di politiche serie volte a impedire che i giovani immigrati vivano in un mondo culturalmente sigillato, ha in seguito prodotto il fenomeno dei jihadisti con passaporto europeo (ma pure americano, o australiano) che ora ritroviamo arruolati in formazioni radicali.

Il vero nodo da affrontare è tuttavia un altro ancora. Costoro sono a tutti gli effetti cittadini delle nazioni occidentali, il che significa – come è in effetti accaduto – che possono tornare, compiere attentati come quello al centro ebraico di Bruxelles, e poi ripartire per i vari fronti di guerra se le autorità di polizia non riescono a individuarli.

E’ uno scenario magmatico e caotico, terribilmente difficile da affrontare proprio perché la cittadinanza è stata concessa a piene mani senza serie verifiche preliminari. Mette anche conto notare, a mo’ di magra consolazione, che altri Paesi europei – Gran Bretagna e Francia in primo luogo – stanno peggio di noi da questo punto di vista.

L’Unione Europea non è stata finora in grado di adottare una strategia condivisa al riguardo, e non è certamente una novità se si pensa che neppure esistono una reale politica estera e della difesa comuni. Né è utile continuare a lamentarsi per i problemi enormi causati da un multiculturalismo praticato con gli occhi bendati. Occorre piuttosto rendere i requisiti per la cittadinanza molto più stringenti di quanto siano ora e, soprattutto, bisogna cominciare a capire che la cittadinanza stessa in certi casi può e deve essere revocata senza remore e senza complessi di colpa.

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