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Il confronto tra Popper e Marcuse. Oltre che critico delle principali tesi del marxismo ortodosso, Popper è stato avversario della Nuova Sinistra e, in particolare, di Herbert Marcuse, autore che ha goduto di un grande momento di notorietà a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso grazie soprattutto al celebre saggio L’uomo a una dimensione. In un volumetto dal titolo Rivoluzione o riforme? (Armando Editore), disponibile ancora oggi, le tesi di Marcuse e di Popper vengono sottoposte a un confronto serrato dall’intervistatore Franz Stark.

La contrapposizione tra i due modi di concepire la politica e di vedere il mondo risulta già, nettissima, nelle prime pagine del volume in cui vengono presentate le idee di fondo dei due filosofi. Per Marcuse la società capitalistica avanzata, pur essendo la più ricca e tecnologicamente progredita della storia, e quindi la più suscettibile di condurre a una “liberazione totale” dell’uomo, è anche la forma di convivenza più repressiva che mai sia sorta; ne consegue che l’unico modo per produrre mutamenti sostanziali è quello rivoluzionario che ne modifichi radicalmente la struttura. Tuttavia Marcuse ha idee tutt’altro che chiare sulle modalità di attuazione di un simile processo.

Dal canto suo, Popper afferma che le nostre società di tipo occidentale, nonostante i molti limiti che possiedono, costituiscono lo stadio più avanzato mai raggiunto dall’umanità sulla via dell’emancipazione. Pur non essendo “società ideali”, un concetto cui del resto lo stesso Popper concede scarso credito. Tra tutte le idee politiche, egli nota, il desiderio di rendere gli uomini perfetti e felici è forse la più pericolosa. Il tentativo di realizzare il paradiso sulla terra ha sempre prodotto l’inferno.

Le eventuali storture, insomma, sono eliminabili attraverso processi di riforma e senza fare ricorso a soluzioni di tipo radicale. Mette però conto comprendere quali siano le motivazioni che spingevano invece Marcuse a esprimere dei giudizi radicalmente negativi e, soprattutto, occorre cercare di scoprire quali siano le sue proposte alternative.

L’impresa si presenta subito poco meno che disperata, dal momento che Marcuse sembra esprimere non tanto delle proposte politiche, quanto delle opzioni sentimentali ed emotive. La società ideale dev’essere senza sfruttamento, senza spreco e senza oppressione. Quando tuttavia l’intervistatore gli chiede quale sia il modello alternativo di società, egli risponde: “mi sembra che il modello alternativo non sia troppo difficile a determinarsi. Quanto alla sua fisionomia concreta, è un’altra questione”.

Naturalmente si può anche concordare sul fatto che in un’eventuale società in cui non sussista alcun tipo di povertà sarebbe più facile condurre la propria esistenza. Ma l’intervistatore insiste nel chiedere quale sia la strada per giungervi, al che Marcuse replica: “la strada per giungervi è naturalmente qualche cosa che si può concretizzare soltanto nel processo della lotta necessaria per porre in essere tale società. Esiste ovviamente il problema del soggetto della trasformazione, cioè l’interrogativo: chi è il soggetto rivoluzionario? Per me questo è un problema senza senso, poiché il soggetto rivoluzionario può svilupparsi solo nel processo stesso della trasformazione”.

In queste frasi appare quanto mai evidente la debolezza e la fragilità dell’impalcatura teorica marcusiana. Risalta soprattutto quello che Alberto Ronchey definì lo squilibrio fra l’aspirazione a uno schema totale e l’estrema parzialità del supporto sociologico, che si concretizza a sua volta in una programmatica indifferenza per i dati concreti e i fatti empirici.

Herbert Marcuse fu, del gruppo dei francofortesi, l’esponente più politicizzato. L’automazione dei processi produttivi e la diffusione delle nuove tecnologie fornivano, a suo avviso, l’opportunità di liberarsi dal bisogno, di vivere un’esistenza basata sul principio del piacere e non più su quello della prestazione e dello sfruttamento. Il soggetto rivoluzionario non era più la classe operaia, poiché i francofortesi si erano accorti che nei Paesi avanzati era in corso un processo accelerato di terziarizzazione che conduceva a un’assimilazione progressiva tra proletariato e classe media.

A speculazioni così ardite Popper oppone una difesa argomentata della democrazia liberale. La società aperta è una meta cui si deve tendere con tutte le forze, pur rendendosi conto dell’impossibilità di realizzarla in modo assoluto. Si tratta quindi di un obiettivo capace di ridare all’uomo fiducia e speranza con la proposta di rendere la società sempre più adatta alle sue esigenze. In questo senso, nemmeno la basilare nozione di “democrazia” può essere assolutizzata.

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