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Il destino della democrazia USA. Con la sconfitta elettorale di Donald Trump, e la vittoria contestata di Joe Biden, abbiamo assistito a una “mutazione genetica” che ha coinvolto entrambi i grandi partiti americani. Mutazione che rischia di stravolgere il panorama politico degli Stati Uniti – e il loro ruolo internazionale – anche negli anni a venire.

Eravamo abituati a dare per scontato che la battaglia elettorale negli USA si giocasse al centro. D’accordo, delle eccezioni ci sono state anche in passato. Basti ricordare il caso del falco Barry Goldwater che i repubblicani candidarono alla presidenza nel 1964, e che fu sconfitto con un margine molto ampio dal presidente democratico uscente Lyndon Johnson.

In quell’occasione tutti concordarono sull’inutilità di candidare personaggi appartenenti all’ala estrema dell’uno o dell’altro partito. Si disse, all’epoca, che l’elettorato americano tende spontaneamente verso il centro. E un ragionamento simile vale anche per il candidato democratico ultraprogressista John McGovern, pure lui sconfitto con un largo distacco da Richard Nixon nel 1972.

Tuttavia l’elezione, piuttosto inattesa, di Donald Trump nel 2016 fece capire a tutti che, nel frattempo, l’America era veramente cambiata. Collocarsi al centro della scena tentando di attrarre i cittadini moderati di entrambi gli schieramenti non è più la strategia vincente. Anche nel Paese leader dell’Occidente, come in altre parti del mondo, gli elettori amano slogan forti e semplici, e ai politici si chiedono promesse eclatanti pur sapendo che ben difficilmente potranno essere mantenute.

In altri termini il populismo, tanto di destra quanto di sinistra, ha preso il sopravvento innescando cambiamenti di cui ancora non si vede la fine. Ciò ha determinato un aspro scontro interno nei due partiti tradizionali.

Nel campo repubblicano Trump vinse imponendo le sue parole d’ordine, e mettendo all’angolo il vecchio establishment del partito che continua tuttora ad essergli ostile. In ambito democratico la situazione è – se possibile – ancora più complicata. Il centrista Biden ottenne alla fine l’investitura, soprattutto grazie all’appoggio decisivo di Barack Obama. Ma ci riuscì solo dopo una lotta lunga e snervante con le varie componenti della sinistra democratica, che col tempo ha acquisito posizioni di forza prima impensabili.

Qual è, dunque, il futuro politico degli USA? E’ assai probabile una sempre maggiore radicalizzazione su entrambi i versanti. Trump continua a flirtare con i suprematisti bianchi e le frange repubblicane più estremiste. Il discorso vale anche per Biden che, pur essendo un moderato, deve fare i conti con i radicali di casa sua, del resto ben rappresentati in Senato e nella Camera dei rappresentanti. Molti analisti ritengono che la forza crescente del populismo di sinistra derivi dai sensi di colpa occidentali assai diffusi nelle università e nei mass media, fenomeno che ha portato al successo del politically correct e della cancel culture.

Il populismo di destra, dal canto suo, non è destinato a spegnersi presto, giacché rappresenta in modo iconico le frustrazioni dell’americano medio, dovute al declino industriale e culturale del Paese. Trump l’ha cavalcato con grande abilità, e molti candidati a lui vicini hanno vinto nelle recenti elezioni amministrative.

Ecco perché è corretto sostenere che l’America “non è più la stessa”. Dopo l’affrettato e caotico ritiro dall’Afghanistan, gli Stati Uniti hanno perduto peso e prestigio proprio quando, nel mondo, i regimi autoritari – con in testa Russia e Cina – aumentano la loro influenza ovunque, anche in ambito europeo.

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