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Il mito delle università USA. Tra le opinioni più diffuse e apparentemente indiscutibili che circolano nel nostro Paese si colloca quella che attribuisce al sistema universitario americano caratteristiche di assoluta superiorità. A ciò si aggiunge la convinzione che la grave crisi dell’istruzione superiore attualmente in corso in Italia e in molte altre nazioni europee neppure sfiori gli Stati Uniti, isola felice in un mare di desolazione.

Qualche motivo per pensarla così – intendiamoci – esiste. Innanzitutto un numero elevato di atenei d’eccellenza, con Harvard, MIT e alcuni altri in pole position. E poi i celebri “rankings”, le classifiche internazionali elaborate per lo più in Cina, che hanno dettato legge per parecchio tempo. E’ noto che ultimamente vengono contestate, poiché non sono del tutto chiari i criteri utilizzati dai cinesi per compilarle, né si comprendono con facilità i principi di fondo che le ispirano.

Tuttavia, se si chiede agli stessi americani cosa pensano del loro sistema universitario, si comprende subito che l’opinione citata all’inizio è più leggenda che realtà. E’ risaputo che gli studenti USA si indebitano pesantemente con il sistema dei “prestiti”. Le banche e il governo federale concedono loro somme rilevanti per portare a termine il percorso formativo, dal momento che le tasse sono assai più alte rispetto al resto del mondo (con l’eccezione del Regno Unito). Il risultato è che agli ex studenti occorrono anni per ripagare il debito. E a volte non ci riescono proprio, fenomeno purtroppo sempre più diffuso.

In effetti ai tempi di Barack Obama fu lanciata una campagna per ridurre i costi delle università mediante un nuovo sistema di valutazione per la concessione degli aiuti, federali o bancari. Nonostante questo, negli ultimi anni la retta media per quattro anni di college è aumentata del 250% a fronte di un aumento dei redditi delle famiglie del 16% nello stesso periodo. E qui scappa un sorriso, rammentando che alcuni giornali italiani definirono “stangata” la tassa di 50 euro per accedere ai test dei corsi a numero chiuso negli atenei nostrani.

Negli USA, inoltre, l’aumento delle tasse ha non solo condotto al già citato problema dell’indebitamento degli studenti, ma anche a una crescita progressiva degli abbandoni, poiché al momento della laurea un americano ha mediamente 26.000 dollari di debito, che aumentano in caso di proseguimento degli studi. Con un tasso d’interesse sui prestiti governativi che sfiora il 7%.

Recentemente, per la prima volta, gli studenti beneficiari degli aiuti hanno superato la metà del totale (57%), indubbiamente un segnale d’allarme. Non è chiaro se sia giusto attribuire questa sorta di corto circuito alle crescenti diseguaglianze economiche negli Stati Uniti. Si tratta in ogni caso di un fatto che va analizzato con attenzione.

Interessante pure una citazione tratta dal “Los Angeles Times”. Il giornale californiano ha invitato i giovani americani a recarsi nelle università europee, più economiche e “non iper-competitive”. E si può notare giustamente che solo dieci anni fa (ma io direi anche meno) sarebbe sembrato uno scherzo.

La morale da trarre è, a mio avviso, questa. Il sistema dell’istruzione superiore è in crisi ovunque nel mondo, sia esso pubblico, privato o misto. La crisi è meno evidente nelle nazioni a regime dittatoriale – come la Cina – perché in quei casi il governo (o, meglio, il Partito) controlla strettamente il flusso delle informazioni. La crisi non verrà certamente superata in tempi brevi, e occorre soprattutto “ripensare” l’università per consentire un raccordo più puntuale tra i percorsi di studio e le esigenze del mercato del lavoro.

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