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E’ impossibile sottovalutare l’impatto che l’avvento di Internet ha avuto sulla vita quotidiana. Non siamo certo lontani dal vero dicendo che ha prodotto sia una nuova visione del mondo, sia un modo diverso di sviluppare i rapporti tra gli esseri umani.

Potente elemento propulsivo della globalizzazione, Internet ha letteralmente cambiato la realtà circostante, e non solo gli schemi concettuali che elaboriamo per interpretarla. E’ in un certo senso diventato esso stesso realtà, dando così ragione a Jacques Ellul, Marshall McLuhan, e a tutti coloro che nel secolo scorso avevano delineato le caratteristiche della cosiddetta “società tecnologica”. Era naturale attendersi che gli effetti si sarebbero manifestati in maniera pervasiva anche nella sfera della politica. Cos’è in fondo, quest’ultima, se non comunicazione destinata a convincere gli altri circa la bontà di un progetto volto a governare la società nel suo complesso?

Le possibili conseguenze politiche di questo processo, che si è sviluppato in maniera molto rapida, in Italia sono divenute particolarmente visibili grazie al fenomeno M5S. Ci colpiscono senza scampo perché il movimento di Grillo non sarebbe ciò che è (o è stato) in assenza della Rete, e se i suoi seguaci non considerassero la Rete stessa quale giudice supremo del loro agire pubblico. Può tuttavia il mondo funzionare come Internet?

Secondo i sostenitori dell’Internet-centrismo sì, poiché essi concepiscono la Rete come una forza stabile e monolitica che domina qualsiasi ambito della società contemporanea, forgiando addirittura la realtà a propria immagine e somiglianza. Da ciò consegue il “soluzionismo”, secondo il quale i problemi politici e quelli della vita quotidiana si possono risolvere al meglio pensando a cosa Internet ci chiederebbe in certe circostanze.

Il risultato è la nascita di una sorta di religione o di mistica del Web, che porta gli adepti a credere con incredibile sicurezza di essere giunti alla “fine della Storia” nel momento di massima espansione della tecnologia. Si può però notare che le tecnologie digitali non contengono soluzioni già pronte ai problemi sociali e politici che esse creano. Di qui l’invito a non pensare che la complessità della politica si possa superare con lo “streaming” continuo o con un semplice “clic” sulla tastiera del computer.

Vorrei quindi proporre un quesito delicato e senza dubbio impopolare. Fino a che punto è possibile rinunciare a qualsiasi controllo dei social network? Chi pone domande simili rischia subito il pubblico vituperio passando ipso facto per nemico della democrazia liberale (anche se i nemici veri della democrazia e del liberalismo usano a piene mani la Rete per screditarli e propagandare modelli politici e sociali basati proprio su una distinzione rigida tra giusto e ingiusto).

Nessuno dimentichi che, alla fine del secolo scorso, un campione del liberalismo come Karl Popper chiese in un celebre pamphlet di istituire commissioni di controllo per impedire la diffusione di tesi e immagini violente mediante la televisione. Non se ne fece nulla, e il filosofo fu aspramente criticato con il pretesto che a un liberale non è consentito favorire una qualsiasi forma di censura. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata. In fondo la televisione si guarda e basta, mentre con i nuovi strumenti è possibile intervenire in prima persona nel dibattito pubblico, e gli unici limiti possibili sono quelli imposti dal buongusto individuale.

Non occorre un controllo totale dei social network come quello praticato in molti Paesi a regime dittatoriale. E’ sufficiente concordare su alcuni principi di base la cui violazione condurrebbe in modo automatico a sanzioni. Mi rendo conto che è difficile. Ma se non s’inizia a lavorare in questa direzione diverrà sempre più concreto il rischio di attribuire ai social network il compito di determinare il nostro destino pubblico e personale.

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