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La politica linguistica di Putin. Tra le molte conseguenze assurde (e tragiche) dell’invasione russa dell’Ucraina ne troviamo una che riguarda l’uso della lingua. Occorre notare che nel Paese slavo invaso se ne parlano decine. Oltre a ucraino e russo, sono infatti presenti bulgaro, romeno, turco, ungherese e molte lingue minori, e il bilinguismo è (o era) assai diffuso.

Questa grande varietà, che in teoria è segno di ricchezza non solo linguistica, ma anche culturale, è invece diventata terreno di aspro scontro dopo l’invasione. Nelle aree occupate dalle truppe di Mosca, è stata subito inaugurata una politica di “deucranizzazione” linguistica e di russificazione forzata.

Le colpe, tuttavia, non sono tutte della Federazione russa. Il predecessore di Zelensky, Petro Porosenko, nel 2019 varò una legge con cui le lingue minoritarie – incluso il russo – perdevano lo status di lingue regionali, subendo al contempo limitazioni al loro uso pubblico.

La vicenda ebbe forti ripercussioni nel Donbass, regione a maggioranza russofona, dove infatti sorsero subito movimenti separatisti che diedero origine alle due Repubbliche di Doneck e Lugansk. Si noti che è questo uno dei motivi addotti dal capo del Cremlino per giustificare l’invasione, anche perché la legge scoraggiava fortemente il bilinguismo (che era invece molto praticato).

La Russia ha comunque una forte tradizione di imposizione della propria lingua nei territori soggetti al suo controllo. Nella ex Unione Sovietica imparare il russo era obbligatorio ovunque. La polacca Marie Curie, nata Maria Sklodowska, prima donna a ricevere il Premio Nobel, si lamentava poiché in Polonia l’uso del russo in scuole e università era obbligatorio. E, ovviamente, tale fatto causava seri problemi.

In ogni caso i russi, dopo essere entrati in Ucraina con la forza, hanno subito imposto nelle zone occupate la loro lingua nelle scuole e nei documenti ufficiali proibendo, di fatto, l’utilizzazione dell’ucraino.

Il governo di Kiev si comporta in modo speculare. Il Ministero dell’Educazione ha annunciato che la letteratura russa non sarà più inclusa nei programmi scolastici, limitando altresì l’importazione di libri da Russia, Bielorussia e dalle regioni ucraine non controllate dalle forze governative.

Tutto ciò ha conseguenze notevoli per tutti coloro che erano abituati al bilinguismo e che, ora, devono obbligatoriamente usare una sola lingua. Si noti che lo stesso presidente Zelensky era prima russofono, e ha iniziato a usare con costanza l’ucraino solo dopo l’invasione del suo Paese.

A ciò va aggiunto un altro fatto interessante. Putin e il suo gruppo dirigente si attendevano che gli ucraini russofoni accogliessero l’esercito di Mosca come liberatore. In realtà non è stato così. Nello stesso Donbass molti cittadini russofoni preferiscono abbandonare le loro case e seguire gli ucraini in ritirata, piuttosto che rischiare la deportazione nel territorio della Federazione Russa.

In attesa di capire quale sarà l’esito finale della guerra, in Ucraina regna una grande confusione. Nella parte occidentale, che ha quale centro Leopoli, si parla prevalentemente ucraino, in quella orientale (Donbass compreso) il russo. Nella parte centrale è maggioritario il bilinguismo, e ciò causerà difficoltà enormi a coloro che sono abituati a usare entrambe le lingue, simili ma non identiche.

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