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Sta diventando sempre più precaria la posizione della Chiesa cattolica in Cina. Del resto non va meglio per i fedeli di altre religioni. Sono sotto tiro, infatti, anche le varie confessioni protestanti, mentre è notissima la violenta persecuzione degli Uiguri, musulmani che vivono nella regione autonoma dello Xinjiang.

L’ultimo, clamoroso fatto risale a tre giorni orsono. A Hong Kong la polizia ha arrestato il cardinale emerito della ex colonia britannica, il 90enne Joseph Zen Ze-kiun, noto all’opinione pubblica internazionale per il suo incondizionato appoggio alle manifestazioni del movimento democratico, represse con violenza dalle autorità cinesi.

Ora che Hong Kong è stata completamente “normalizzata” con il divieto assoluto di manifestare e con l’arresto di tutti gli esponenti contrari al regime, Pechino agisce indisturbata e senza più freni. In linea con le direttive di Xi Jinping e del suo gruppo dirigente, che temono l’influenza dei movimenti religiosi sulla popolazione.

La precedente governatrice Carrie Lam, molto fedele alle direttive cinesi, è stata sostituita da John Lee, già ministro della Sicurezza e capo delle forze di polizia che hanno represso la rivolta della città-isola. Nessun dubbio, quindi, che la morsa del governo centrale diventerà sempre più stretta.

La notizia dell’arresto del cardinale, poi rilasciato dopo il pagamento di una cauzione, ha comunque destato sconcerto. Significa, infatti, che Pechino è decisa a schiacciare ogni ostacolo, del tutto incurante delle proteste internazionali.

Negli ultimi mesi molti sacerdoti cattolici sono stati arrestati nella Cina continentale, con la solita accusa di condurre attività sovversive, tra le quali va annoverata anche la celebrazione delle messe domenicali.

L’arresto di Joseph Zen getta un’ombra sulla politica cinese di Papa Francesco e del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin. Entrambi hanno infatti scelto una linea “morbida” per non pregiudicare il dialogo con Pechino.

Il problema è che tale dialogo resta assai difficile, giacché governo e Partito comunista cinesi vogliono controllare l’ordinazione dei sacerdoti e la nomina dei vescovi, non accettando che sia Roma a indicare chi deve essere scelto. Il tentativo è quello di organizzare una Chiesa cattolica fedele a Pechino, analogamente a quanto avveniva a Mosca ai tempi della ex Unione Sovietica.

Il cardinale Zen si è sempre opposto a tale strategia giudicandola infruttuosa, e non ha esitato a criticare apertis verbis i vertici vaticani per questo. Del tutto contrario alle nomine episcopali “congiunte” imposte da Pechino, l’anziano cardinale non è stato neppure ricevuto dal pontefice in occasione della sua ultima visita a Roma nel 2020.

Per Zen cristianesimo e comunismo sono inconciliabili, mentre in Vaticano si ritiene che la “politica del dialogo” sia destinata a fornire risultati. In linea con questa strategia, Papa Francesco ha nominato come nuovo cardinale di Hong Kong il gesuita Stephen Chow, considerato a lui fedele, e la nomina è risultata gradita al regime.

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