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La UE punta solo sull’economia. Molti sostengono che una sorta di “utopia tecnocratica” è la vera sorgente dell’Unione Europea. Ne sarebbe stato principale propugnatore Jean Monnet, uno dei padri fondatori della UE, diplomatico ed economista francese il cui nome è ancora usato in ambito accademico perché proprio a lui sono intitolate molte cattedre universitarie destinate a studiosi che si siano distinti, per l’appunto, nelle ricerche sull’integrazione europea.

Monnet nel corso della seconda guerra mondiale visse per alcuni anni negli Stati Uniti e fu un influente consigliere del Presidente Roosevelt. In seguito divenne membro del Comitato Nazionale di Liberazione Francese e, in un discorso pronunciato ad Algeri nel 1943, disse che la ricostituzione degli Stati nazionali prebellici costituiva una seria minaccia alla pace. Auspicò pertanto la formazione di una federazione europea destinata a diventare “una comune unità economica”.

L’accentuazione da parte di Jean Monnet del carattere economico della futura federazione sembra in qualche modo avallare quanto detto sopra. V’è differenza tra riconoscere il ruolo fondamentale dell’economia nelle società liberal-democratiche, e appiattire su quello economico tutti gli altri aspetti che concorrono a determinare la loro identità.

Citiamo innanzitutto la dimensione politica, davvero fondamentale anche ai giorni nostri nonostante la crisi che sta attraversando. E poi quella culturale, colpevolmente trascurata sin dalle origini dell’Unione, forse perché le differenze tra le varie nazioni che ne fanno parte hanno radici storiche così profonde da impedire, se non la loro eliminazione – che del resto sarebbe impossibile – almeno un affievolimento.

Se guardiamo al modo in cui nacque la più grande federazione della storia moderna, gli Stati Uniti d’America, notiamo subito che i padri fondatori diedero il giusto peso ai fattori economici senza tuttavia farne il perno attorno al quale tutto il resto deve ruotare. La Dichiarazione d’indipendenza americana parla direttamente al cuore della gente comune ancor oggi, a secoli di distanza dalla sua stesura.

Nessun documento fondamentale dell’Unione Europea è stato o è in grado di fare altrettanto. La burocrazia asettica di Bruxelles ha prodotto una mole enorme di atti e dichiarazioni, che restano però confinati nelle cerchie ristrette degli addetti ai lavori. Il risultato è che i cittadini dell’Unione sanno assai poco degli atti e delle dichiarazioni sopra citate. La loro conoscenza resta appannaggio degli studiosi e di quei politici (pochi) che s’impegnano in prima persona nella costruzione della federazione.

Sappiamo tutti, infatti, che l’elezione al Parlamento europeo viene per lo più vista come una posizione di rendita, quasi una sinecura. Unico aspetto ritenuto interessante, per le sue ricadute pratiche, è la distribuzione dei fondi che la UE effettua tra i Paesi membri in ogni settore. Ragion per cui governi nazionali e locali, università e associazioni di vario tipo spronano i loro parlamentari a seguire con cura i programmi comunitari che dispensano fondi.

Ancora una volta siamo, come ben si può capire, su un piano puramente economico. Stando così le cose è ovvio che i tecnici siano le figure dominanti, con i politici relegati sullo sfondo. Il guaio dei tecnocrati, però, è quello di sottovalutare le conseguenze politiche dei propri progetti. Si lanciano sulla loro strada come se la politica non esistesse, o fosse un inconveniente trascurabile.

Nonostante l’afflato sinceramente federalista di alcuni padri fondatori – non ultimo il nostro Altiero Spinelli – il “vizio” appare congenito e presente sin dalle origini. E, se è così, le prospettive future sono tutt’altro che rosee. Si può continuare a credere nella validità del progetto complessivo come molti di noi fanno, pur sentendo crescere nell’intimo la sfiducia che i risultati siano alla fine positivi.

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