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L’assassinio dell’ex premier nipponico Shinzo Abe. Non è mai stato facile per gli occidentali capire lo scenario politico giapponese. Prima nazione dell’Asia in grado di battere un Paese europeo, grande potenza militare capace di conquistare in pochissimo tempo buona parte del continente asiatico, poi sconfitta in modo disastroso nel 1945. E pure la prima – e per fortuna l’unica, finora – ad aver subito un bombardamento nucleare con l’immane tragedia di Hiroshima e Nagasaki.

Il Giappone è tutto questo, ma non solo. Risorto dalle ceneri dopo la resa totale agli Alleati al termine della seconda guerra mondiale, sempre in pochissimo tempo è riuscito a diventare la seconda economia del nostro pianeta, posizione mantenuta per decenni e senza apparenti sforzi. Il sorpasso della Cina è infatti molto recente, e va detto che almeno per ora non appare definitivo.

Per un certo periodo nessuna preoccupazione militare. La Costituzione giapponese, integralmente pacifista e imposta dagli americani dopo la loro vittoria, costituiva per la leadership di Pechino una garanzia. Non c’era insomma il pericolo di vedere di nuovo le truppe del Mikado sciamare nel suo immenso territorio. E, del resto, la politica estera giapponese, dal 1945 in poi, era sempre stata controllata dagli Stati Uniti che tuttora mantengono nell’area forze ingenti.

Invece è accaduto e a Tokyo c’è stato un brusco risveglio, in particolare negli anni in cui Shinzo Abe è stato premier. (2006-2007 e 2012-2020) Molto nazionalista, il primo ministro ucciso ha favorito il revival del patriottismo nipponico o, per dirla in modo diverso, il ritorno dell’orgoglio imperiale. Le sirene nazionaliste trovano nel Paese orecchie attente, giacché un simile passato di grandezza imperiale non si cancella con rapidità, come forse si era illuso di fare il generale e governatore americano Douglas MacArthur nel primo dopoguerra.

In questo senso Abe era riuscito a far modificare la Costituzione pacifista prefigurando anche l’intervento delle forze armate giapponesi al di fuori dei confini nazionali. L’avvento al potere del 65enne Fumio Kishida, e l’ennesimo successo del Partito Liberal-Democratico, non hanno causato cambiamenti di grande portata nel posizionamento nipponico sullo scacchiere internazionale. Come già Abe, anche Kishida è molto vicino agli Stati Uniti e assai attento alle forti tensioni che caratterizzano l’area dell’Indo-Pacifico.

Resta il mistero sulle ragioni dell’attentato che hanno causato la morte di Abe. L’attentatore è un ex militare che pare abbia agito “per odio”. Difficile da comprendere, poiché proprio Abe ha sempre sostenuto la necessità che il Giappone, terza economia del pianeta, recuperi il ruolo di grande potenza politica che aveva perduto dopo la disastrosa sconfitta nel secondo conflitto mondiale.

Anche se dinamica e motivazioni dell’attentato sono ancora da capire, si parla di sette segrete a sfondo nazionalista e religioso. Molti giapponesi, sulle tracce del celebre scrittore Yukio Mishima, suicida nel 1970 per protesta contro il tradimento dello “spirito originario” del Giappone, ritengono che il Paese abbia troppo ceduto all’occidentalizzazione, in particolare in scuole, università e nel sistema educativo in genere.

Propongono quindi il ritorno al bushido, codice d’onore e stile di vita propri degli antichi samurai. Onorano i kamikaze, i piloti suicidi che si schiantavano sulle navi americane, e onorano anche i militari giudicati criminali di guerra dagli occidentali. E’ ancora troppo presto per capire se l’attentatore avesse simili idee in mente, ma non si può di certo escludere.

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