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Ha suscitato molte discussioni il saggio del politologo e filosofo israeliano Yoram Hazony Le virtù del nazionalismo, edito in Italia da Guerini e Associati. L’autore, che è anche un noto biblista, è presidente dello “Herzl Institute” di Gerusalemme e chairman della “Edmund Burke Foundation” con sede a L’Aia nei Paesi Bassi.

Diciamo subito che il libro è per molti aspetti un tipico esempio di “pensiero politicamente scorretto” poiché contesta, con dovizia di argomentazioni, tesi che oggi vengono considerate auto-evidenti e quindi non criticabili. Hazony ritiene infatti che le opinioni correnti sul concetto di “nazionalismo” siano infondate e basate su un’errata lettura della storia.

Il nazionalismo che ha in mente è “un punto prospettico, imperniato su dei valori, che considera il mondo come governato al meglio quando le nazioni sono in grado di pianificare autonomamente il proprio sviluppo; di coltivare senza interferenza alcuna le proprie tradizioni; come pure di liberamente perseguire i propri interessi”.

Sul versante opposto si colloca l’imperialismo inteso in un’accezione che non è quella resa popolare da Lenin. Hazony definisce invece imperialista ogni progetto che si propone di portare la pace e il benessere al mondo intero unendo il genere umano sotto un singolo regime politico. Si tratta, a suo avviso, di una rinnovata forma di utopia.

E qui, fatte salve le originali posizioni filosofiche di Hazony, si entra subito nell’attualità politica. L’autore pensa infatti che l’Unione Europea costituisca un esempio paradigmatico di imperialismo inteso nell’accezione sopra delineata. Le calunnie rivolte alla società civile inglese dopo il successo del referendum sulla Brexit dimostrano a suo avviso che, per molti, l’unificazione europea non è affatto una tra le tante opzioni possibili, bensì “l’unica opzione politica che una persona morale e civilizzata può far propria”.

Ne consegue che tutti i fautori della Brexit, senza distinzione, vanno considerati dei selvaggi che si collocano al di fuori dei confini della morale e della civiltà, con la relativa esecrazione del voto popolare britannico da parte delle élite intellettuali ed accademiche.

Originale pure la lettura che l’autore fornisce dell’attuale liberalismo occidentale, ammesso che le sue varie forme si possano davvero ridurre a una soltanto. “Anche i liberali – sostiene Hazony – non dissimilmente dai marxisti dei secoli passati, possiedono una grandiosa teoria su come potranno portare la pace e la prosperità economica al mondo, abbattendo ogni confine e fondendo l’intero genere umano sotto il loro dominio planetario”.

Ma si tratta, per l’appunto, di un’utopia che si aggiunge alle tante altre che l’hanno preceduta (inclusa quella marxista). E il destino delle utopie, si sa, è quello di essere smentite dalla storia. Ne sono esempio evidente le tesi di Francis Fukuyama sulla fine della storia e il trionfo globale del liberalismo.

Ancor più significativo – e ovviamente oggetto di critiche – è il fatto che l’autore consideri quali rappresentanti supremi dell’imperialismo liberale i due più celebri esponenti della Scuola economica austriaca, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Dalle citazioni che ne fa, tuttavia, non gli si può dare del tutto torto. Non a caso Mises insiste sulla necessità di una “accettazione incondizionata e assoluta” del liberalismo, il che contraddice la caratterizzazione classica del liberalismo stesso come metodo sempre aperto alla critica.

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