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Spesso la cultura cinese (o, ancor meglio, la visione del mondo che essa incarna) viene assunta quale banco di prova per verificare l’effettiva possibilità di dar vita ad una antropologia filosofica interculturale. Ci confrontiamo, in un primo luogo, con una civiltà più antica della nostra, e in secondo luogo con una visione del mondo elaborata nel corso di millenni di speculazione filosofica, dapprima piuttosto ingenua e poi via via sempre più raffinata.

Come ben sanno tutti coloro che hanno avuto modo di entrare in contatto diretto con la cultura cinese il dialogo non è affatto semplice. Accade, per esempio, di notare che i colleghi docenti delle “Schools of Marxism” delle università cinesi forniscano del marxismo un’interpretazione tutta loro, in quanto tale non sempre confrontabile con la nostra. Il motivo è piuttosto semplice. Anche il marxismo è un tipico prodotto dell’Occidente e obbedisce a categorie occidentali. Quando penetrò nel Paese venne re-interpretato e “adattato” al contesto cinese e, in questo senso, fu proprio Mao Zedong a svolgere un ruolo fondamentale. Questo per dire che, in Cina, occorre fare molta attenzione ai termini che si usano. Non basta il comune riferimento ai classici del marxismo a garantire che il visiting professor occidentale e i suoi interlocutori cinesi stiano parlando lo stesso linguaggio.

E’ possibile individuare, all’interno di questo quadro, degli elementi che possano costituire la base di partenza per l’elaborazione di un’antropologia filosofica interculturale, capace di contribuire al dialogo tra Cina e Occidente? Sono convinto che non esistano affatto schemi concettuali e/o paradigmi culturali “incommensurabili”. Ha ragione Donald Davidson quando sostiene che, per quanto affascinante il concetto di “incommensurabilità” possa apparire, soprattutto per i filosofi, non si sono mai dati esempi di incommensurabilità nella pratica. Se affermo che i ragionamenti dei cinesi sono incommensurabili rispetto ai miei, devo comunque possedere un criterio che mi consenta di classificarli come tali. E ciò significa che, in fondo, una base per il confronto e il dialogo esiste.

Occorre inoltre rammentare che la problematicità ontologica sollevata dalla riflessione sui concetti di “essere” e “nulla” può funzionare, in ambito di ricerca filosofica interculturale, come consapevolezza del baricentro greco del nostro modo di intendere e interpretare l’altro. Kark Jaspers rilevava a questo riguardo che in Cina è assente la coscienza tragica e presente, per contro, una coscienza ben radicata dell’armonia del tutto.

La metafisica greca ha plasmato l’intera filosofia occidentale, ma in Cina non v’è una simile metafisica, e questo deve farci riflettere.  E neppure sussiste quella concezione “tragica” dell’esistenza che da noi è così diffusa. Se il senso “occidentale” dell’esistenza fosse assunto come il solo possibile, cioè il solo che valga la pena di considerare utile ai fini e ai progetti, risulterebbe assai arduo rivolgerci agli altri. Il pensiero cinese del periodo classico, taoismo in testa, non ha nulla a che vedere con le soteriologie indoeuropee, poiché non si preoccupa minimamente di giungere a un sapere che garantisca all’uomo la “salvezza”: nel pensiero cinese l’essere umano non deve salvarsi da alcunché.

E’ ovvio che, per noi, è difficile il distacco da uno stile di pensiero radicato da un tempo così lungo, e lo stesso si può dire dei cinesi, che molto spesso faticano a comprendere il nostro modo di ragionare. Ecco perché può essere giustificata la proposta di promuovere una filosofia interculturale, che mantengano aperti e vivi il dialogo e la comunicazione tra culture diverse.

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