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L’utopia nella storia. Rispetto alla ciclicità storica del paganesimo, nella concezione cristiana della storia il tempo diventa lineare e carico di responsabilità per l’uomo, attore della storia benché guidato dalla divinità. Il fulcro della causalità storica subisce uno spostamento radicale dalla natura a Dio. La dottrina platonica degli archetipi eterni cede il passo alla creazione dal nulla, l’uomo è chiamato a collaborare con Dio al suo destino di salvezza, e Sant’Agostino poteva quindi affermare che col cristianesimo “sono rotti i cerchi” della fatalità.

         Attraverso un processo di radicale immanentizzazione, sono poi sorte concezioni le quali hanno in comune l’idea che esistano soluzioni definitive ai problemi dell’umanità, che sia possibile scoprirle e realizzarle sulla terra senza fare alcun riferimento alla trascendenza. Queste idee sono comuni nelle opere di molti filosofi. I razionalisti del ’600, per esempio, ritenevano che le risposte fossero rintracciabili grazie a una speciale applicazione del “lume della ragione”. Gli empiristi del ’700 sostennero invece che i nuovi metodi scoperti dalle scienze erano in grado di introdurre un ordine anche nella sfera sociale.

         In realtà le “soluzioni finali” esistono soltanto nella mente dei filosofi. Rammentando che l’uomo è intrinsecamente fallibile, è di gran lunga preferibile evitare di avventurarsi sul pericoloso sentiero che conduce a stabilire una scala di valori assoluti ancorati al piano puramente umano. La ricerca della perfezione, intesa in senso puramente mondano, è foriera di tragedie, e le cose non migliorano se autore della ricetta è un idealista sincero. Lo riconobbe Immanuel Kant pronunciando una celebre frase: “Dal legno storto dell’umanità non si è mai cavata una cosa dritta”.

         I sogni di perfezione terrena sono sempre legati a quelli di una redenzione globale, da realizzarsi qui, nel nostro mondo terreno. Si finisce col postulare una vittoria finale della ragione, che condurrebbe ad un’armoniosa collaborazione universale e all’inizio della “storia vera”.

         Se analizziamo bene tutte le concezioni che puntano alla redenzione globale sulla terra, non tardiamo a capire che si basano su un’antropologia filosofica che non tiene conto dei nostri limiti intrinseci. La questione dei limiti della natura umana riveste un’importanza fondamentale, in quanto ci consente di mettere a nudo alcune insufficienze di fondo: il mancato riconoscimento che l’uomo è inevitabilmente portato a compiere errori di valutazione e, per di più, è spesso incapace di riconoscerli; il non tener conto del fatto che egli mai possiede una conoscenza “completa” di tutti i fattori che contribuiscono a determinare l’ambiente in cui si trova inserito.

         Quali, dunque, le origini dell’Utopia intesa come progetto di “redenzione globale” – e terrena – dell’umanità dal suo attuale stato di imperfezione? In fondo, è una nostra tipica aspirazione quella che mira ad eliminare l’ingiustizia mediante la costruzione di un mondo migliore. Tale esigenza, in sé naturale e legittima, diventa tuttavia foriera di tragedie quando si dimentica la nostra intrinseca limitatezza.

         E’ dunque essenziale rammentare che la realtà circostante non è destinata a cambiare in modo radicale per il semplice fatto che qualche filosofo o teorico politico la trova difettosa e cerca di fuggire da essa. O, ancor meglio, occorre intendersi sulla portata e sui “limiti” di ogni possibile mutamento, senza pretendere di piegare totalmente il mondo alle esigenze di astratti schemi intellettuali. Eppure, il tratto distintivo di ogni pensiero utopico radicale è costituito proprio dalla preminenza dello schema astratto sulla realtà delle cose.

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