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Preoccupa la crescente tendenza interventista nella guerra in Ucraina manifestata da alcuni settori del mondo politico italiano. E parimenti preoccupa il fatto che tale tendenza abbia effetti concreti, senza una preventiva e seria discussione in Parlamento.

Si rammenterà che alcune settimane orsono il segretario del PD, Erico Letta, auspicò l’embargo totale e immediato sulle forniture di gas russo (proposta per fortuna bloccata dai deputati del suo stesso Partito). Circola la storia che una simile decisione causerebbe più danni a Putin che a noi. Ma si tratta di una favola. L’hanno subito compreso i tedeschi che rifiutano una simile mossa, coscienti che avrebbe affossato la loro economia.

Da allora si è verificato un vero e proprio crescendo. Non si sa bene quanti e quali armamenti l’Italia stia fornendo all’Ucraina, e anche in questo caso il Parlamento non è stato adeguatamente informato. Poi è arrivata la dichiarazione del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini (pure lui del PD), secondo il quale dobbiamo aiutare l’Ucraina anche fornendo dispositivi in grado di neutralizzare le postazioni russe.

Il ministro ha poi parzialmente rettificato, ma la frittata ormai era fatta. Quanti e quali parlamentari sono d’accordo con la linea di Guerini? Non si sa, anche perché non c’è stato alcun serio dibattitto al riguardo. Nel caso specifico, ma anche sul tema generale dell’invio di armi al Paese invaso dalla Russia.

Nel frattempo è stato deciso di inviare truppe italiane in Ungheria e Bulgaria, aumentando il rischio che i nostri soldati vengano direttamente coinvolti in una possibile escalation del conflitto. Non solo. Si parla anche della necessità di incrementare il nostro impegno militare in Africa. Ma, per l’appunto, chi assume queste decisioni? E il Parlamento ne viene informato prima o solo dopo, a cose fatte?

Che Letta e Guerini indossino l’elmetto riguarda solo loro, tranne per il fatto che, poi, a combattere andrebbero i soldati. E’ una situazione incresciosa, in cui decisioni potenzialmente pericolose vengono prese senza che l’opinione pubblica venga informata in modo corretto.

E incombe pure un’altra questione assai importante. Come può la già traballante economia italiana reggere un simile incremento delle spese militari? A forza di continui scostamenti di bilancio, la voragine del debito pubblico aumenta invece di diminuire. Il governo ha puntato tutto sul celebre “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” finanziato da fondi UE. Il problema è che, in pratica, non se ne sente più parlare dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

         Non si è certo lontani dal vero pensando che il nostro governo stia appoggiando in pieno la decisione di Biden, e dell’amministrazione Usa, di “indebolire” la Federazione Russa. Si tratta una strategia che giova a noi e al nostro interesse nazionale? Si possono esprimere molti dubbi in proposito e, del resto, i dubbi cominciano a crescere pure negli stessi Stati Uniti. Anche perché indebolire la Russia significa automaticamente rafforzare la Cina. Un obiettivo che Biden sembra perseguire puntando a creare un nuovo ordine mondiale bipolare in cui contino solo Washington e Pechino, con Mosca ridotta a satellite cinese.

         E’ tutto da dimostrare che l’Italia possa trarre beneficio aderendo a una tale strategia. Facile prevedere che, nel corso della sua imminente visita a Washington, il nostro premier Mario Draghi verrà fortemente sollecitato ad allinearsi ancor più alle posizioni americane, inasprendo le sanzioni e aumentando la fornitura di armi a Kiev. Il precedente atteggiamento di Draghi induce a credere che non opporrà resistenza alle richieste statunitensi.

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