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Putin tesse la sua tela in Asia centrale. Pur con il suo esercito severamente impegnato nell’invasione dell’Ucraina, la Federazione Russa continua a prestare grande attenzione a quanto accade nell’Asia centrale. In particolare in alcuni Paesi, ora indipendenti, che prima facevano parte della defunta Unione Sovietica.

Vladimir Putin, al riguardo, dispone di uno strumento che si è rivelato utile anche in tempi recenti. Parlo del “Trattato di sicurezza collettiva”, in inglese “Collective Security Treaty Organization”, cui di solito ci si riferisce con la sigla “CSTO”.

Spesso definita “NATO dell’Est”, questa alleanza fu creata da Mosca nel 2002, essenzialmente per tenere unite il più possibile alcune ex Repubbliche sovietiche. Attualmente ne fanno parte, oltre alla stessa Federazione Russa, la Bielorussia (unica nazione europea), il Kazakistan, l’Uzbekistan, l’Armenia, il Kirghizistan e il Turkmenistan.

Inizialmente ne erano membri anche Azerbaigian e Georgia, che poi hanno deciso di uscirne per motivi diversi. L’Azerbaigian perché, essendo turcofono, preferisce avere solidi legami con la Turchia (anche in funzione anti-armena). La Georgia perché ha fatto richiesta di adesione alla NATO, scatenando anche un conflitto con Mosca che ha fatto intervenire le sue truppe.

A Erevan, capitale dell’Armenia, si è appena riunito il vertice della CSTO, praticamente in concomitanza con il summit a Bucarest dei Paesi NATO dell’Europa orientale, con la presenza di Jens Stoltenberg, in cui si è discussa la situazione in Ucraina. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ne ha approfittato per denunciare quelle che considera mire egemoniche dell’Alleanza Atlantica in Europa (e non solo).

In ogni caso la CSTO ha dimostrato negli ultimi tempi di essere utile a Mosca e funzionale ai mai sopiti progetti di ricostruire uno “spazio sovietico” tra Europa e Asia. Anche in ossequio al concetto di “Eurasia” caro a Putin e al suo circolo di fedelissimi.

Il leader del Cremlino ha per esempio aiutato il dittatore bielorusso Lukashenko a sedare una rivolta popolare scoppiata a Minsk, inviando in loco truppe russe e di altri Paesi della CSTO. Operazione ripetuta in Kazakistan dove, dopo la caduta del “presidente eterno” Nursultan Nazarbayev, il suo successore Kassym-Zhomart Tokaev ha pure lui invocato l’aiuto della CSTO ottenendolo, e stroncando così una rivolta popolare che rischiava di diventare pericolosa vista la grande importanza geopolitica e strategica di questo immenso Paese.

Con il summit di Erevan, Putin ha inteso ribadire la funzione strategica dell’alleanza e ricompattarla. Alcuni Stati membri infatti, tra cui Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, non hanno gradito l’invasione dell’Ucraina. In sede ONU non si sono schierate al fianco della Federazione Russa quando in marzo si sono votate le risoluzioni di condanna dell’invasione.

In ogni caso la CSTO è destinata a mantenere la sua importanza, soprattutto se alla fine Mosca riuscirà a prevalere in Ucraina. In caso contrario è invece prevedibile la dissoluzione dell’alleanza, anche perché molti suoi membri mantengono buoni rapporti con Pechino.

Si noti quanto sia ancora forte l’ombra della ex Unione Sovietica in questa parte del mondo. Il russo ha mantenuto negli Stati della CSTO la funzione di lingua veicolare, e i governanti continuano a provare una certa nostalgia per l’era sovietica.

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