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Ucraina ed emergenza alimentare. L’invasione putiniana non ha causato soltanto una crisi nelle forniture energetiche, soprattutto di gas. Altrettanto grave è la crisi alimentare che in alcuni Paesi si sta già manifestando, e che rischia di coinvolgere in tempi brevi anche il continente europeo e la stessa Italia.

Com’è noto, l’Ucraina viene (o veniva) definita “granaio del mondo”. Se n’è accorto per primo il presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha affermato che “si rischia la più grave emergenza alimentare dell’ultimo secolo”. Per capire perché è sufficiente qualche cifra.

Con l’Ucraina devastata dall’invasione e con il blocco del porto di Odessa, i cereali che prima importavamo non saranno più disponibili per un periodo prevedibilmente lungo. L’Ucraina, da sola, produce il 20% del grano mondiale, mentre un altro 30% proviene dalla Federazione Russa.

I russi, tuttavia, gestiscono le loro esportazioni di grano con criteri politici. Tengono sotto scacco in questo settore quasi tutte le nazioni africane le quali, non a caso, hanno rifiutato di aderire alle sanzioni antirusse promosse dal blocco occidentale. Ma Mosca ha già detto che cesserà le sue esportazioni verso i Paesi sanzionatori, Italia ovviamente compresa.

Inoltre l’Ucraina, sempre da sola, vanta il 50% della produzione di semi di girasole, essenziali nelle preparazioni alimentari industriali. Facile prevedere le conseguenze, viste le attuali condizioni di un Paese le cui campagne sono state letteralmente distrutte da bombardamenti indiscriminati, e da feroci battaglie campali tra i due eserciti.

Mette conto notare che gli altri grandi produttori, Stati Uniti e Canada, non sono in grado di compensare le mancate forniture ucraine e russe. Europa e Italia, dunque, non sono soltanto “alla canna del gas”. Rischiano pure di non poter reperire le materie prime necessarie alla loro sopravvivenza alimentare. Si pensi, per fare un solo esempio, alle difficoltà cui andranno incontro i nostri panifici e pastifici.

Stranamente, si parla più di gas e petrolio che di cereali, ed è un errore giacché le conseguenze sono gravissime in entrambi i casi. Le nazioni del Maghreb come Algeria e Marocco attraversano già una seria crisi per il forte aumento del prezzo della semola, mentre a quelle dell’Africa nera non resta che sperare che i russi continuino a rifornirle, ovviamente in cambio del loro appoggio politico all’ONU e nelle altre istituzioni internazionali.

Resta il fatto che l’Ucraina, invece, non è in grado di garantire la continuità nelle esportazioni a causa della summenzionata devastazione dei suoi terreni agricoli. Dall’Unione Europea non sono finora giunte proposte serie e atte a fronteggiare la prevedibile crisi alimentare. Qualcuno, a tale proposito, ha già prefigurato una possibile carestia.

Alle carestie, però, i Paesi africani sono in fondo abituati poiché esse si manifestano con cicli piuttosto regolari. In Europa le carestie invece state dimenticate, e per rammentarne una grave occorre riandare con la memoria alla “Grande carestia” (Great Famine) che colpì l’Irlanda tra il 1845 e il 1849, provocando un milione di morti e l’emigrazione di un altro milione di persone, soprattutto verso l’America.

A Bruxelles la Commissione UE ha proposto di aumentare la produzione interna anche a costo di sacrificare le aree ecologiche e i programmi destinati ad incrementare la biodiversità. Con tanti saluti alla tanto decantata “transizione green”, progettata quando le condizioni del mondo e dell’Europa erano molte diverse. Ma occorre tempo, che invece non abbonda.

Alcuni analisti ipotizzano che Putin, invadendo l’Ucraina, avesse in mente di provocare una crisi umanitaria in quella parte del continente europeo che gli è contraria. Non sappiamo se, o fino a che punto, tale ipotesi sia fondata. Ma senza dubbio stiamo correndo, senza neppure capirlo, in quella direzione.

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