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Da tempo si parla del progetto di ripristinare lo “Stato etico” in Cina. Tale progetto non è in fondo molto distante dalla forma istituzionale caldeggiata da Hobbes e da Hegel, nella quale lo Stato rappresenta il fine ultimo cui devono tendere tutte le azioni dei singoli individui. Gli indizi che conducono in tale direzione sono molti.

Nella Repubblica Popolare il marxismo-leninismo, con l’aggiunta del pensiero di Mao Zedong, è tuttora l’ideologia ufficiale e unica. Tale fatto però non basta a spiegare le mosse più recenti del Partito comunista. Occorre infatti rammentare che è in atto la riabilitazione del confucianesimo, che venne in pratica bandito nell’era maoista.

Confucio sosteneva che il primo ambito sociale in cui gli esseri umani apprendono l’autenticità è la famiglia, nella quale il rispetto dei genitori è essenziale. Il secondo ambito è la società civile, nella quale si apprendono e si applicano la giustizia e l’altruismo. Ma più importante di tutti è il terzo livello, quello dello Stato. In quel contesto i cittadini sono tenuti alla lealtà e alla fedeltà: al sovrano ai tempi di Confucio, al Partito ora.

Ovviamente il sovrano – o il Partito – deve governare con saggezza astenendosi dalla corruzione. In sostanza lo Stato è una sorta di “grande famiglia”, nella quale i cittadini rispettano i diritti e i doveri della loro condizione sociale attenendosi a un codice fisso e prestabilito che regola i rapporti tra centro e periferia. Il problema è che il sovrano-imperatore era in possesso di un “mandato ricevuto dal cielo”, il quale l’autorizzava a governare. Nella Cina di oggi il mandato del Partito comunista non può essere celeste e, a ben guardare, l’unico appiglio esistente è ancora la Lunga Marcia e la vittoria conseguita nel 1949 contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek.

La rivalutazione di Confucio è lo strumento principale che il Partito comunista utilizza per evitare che la Cina diventi una “società aperta” nel senso popperiano del termine. Ed è davvero curioso che ciò accada. Ai tempi di Mao il confucianesimo veniva considerato il bastione della conservazione, utilizzato dalle classi dirigenti per mantenere lo status quo. Ora la posizione si è rovesciata. Ciò che al Partito interessa in primo luogo è mantenere l’ordine o, per dirla con Xi Jinping, “l’armonia sociale” (altro termine tipicamente confuciano).

Dunque si deve a tutti i costi impedire che il virus della democrazia, stroncato a Hong Kong, si espanda al resto dell’immenso territorio. I “ribelli” di Hong Kong, i gruppi di dissidenti che continuano con grande fatica ad opporsi nell’ambito metropolitano, gli indipendentisti uiguri e tibetani, non devono nutrire alcuna illusione. La morsa verrà mantenuta e, se possibile, addirittura rafforzata tramite il capillare controllo dei media e dei social network. La contraddizione tra la struttura rigidamente comunista dello Stato e l’organizzazione liberista dell’economia si risolve (in apparenza) mantenendo saldamente le redini dell’economia nelle mani del Partito. E quest’ultimo non perde occasione per esaltare i successi ottenuti negli ultimi decenni, che hanno portato il Paese al ruolo di superpotenza globale. Mao aveva in più occasioni calpestato il passato, per esempio nella fase convulsa della Rivoluzione Culturale. Adesso si esalta invece l’importanza dell’eredità confuciana, che si tramanda da millenni e insegna a rispettare sempre le persone e gli eventi che ci hanno preceduti.

Xi parla di “felicità” da donare ai cittadini e di prosperità crescente da conseguire sotto la guida illuminata e attenta del Partito. Rispolvera in sostanza concetti e aspettative che sono assai più confuciani che marxisti, del resto in linea con la riscoperta di Confucio e gli inviti costanti a studiare il suo pensiero che da parecchio tempo hanno corso nel Paese asiatico. Il fatto è che questa svolta è del tutto in linea con l’immagine del Paese che la leadership di Pechino vuole costruire e propagandare, anche all’estero. Felicità, prosperità e progresso hanno bisogno, per essere conseguiti, di certezza, stabilità e ordine. La visione confuciana, che predica la sottomissione dell’individuo al corpo sociale nel suo insieme, è in pratica perfetta per questo fine.

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