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Una nuova Unione Europea?. Il viaggio a Kiev di Draghi, Macron e dell’esitante Scholz non si presta a facili letture, al di là del suo chiaro valore simbolico. Certo, l’Unione Europea ha voluto ribadire di esserci schierando i leader di tre dei Paesi fondatori della UE.

Tuttavia i problemi sono molti. Ovviamente l’Unione non può svolgere alcun ruolo di “scudo militare” il quale, caso mai, spetta alla NATO. Inoltre non sono per nulla chiari gli obiettivi finali che Vladimir Putin si prefigge di raggiungere.

Secondo un’interpretazione diffusa, i tre leader sono andati nella capitale ucraina per convincere Zelensky a negoziare cedendo parti di territorio. Si parla in particolare del Donbass e della Crimea, peraltro già annessa dai russi nel 2014.

Problema: Lo zar moscovita è disposto ad accontentarsi di questo, visto che all’inizio intendeva occupare l’intero Paese? E Zelensky non potrebbe incontrare resistenze interne se davvero cedesse i territori anzidetti?

Lo scenario è dunque più che mai fluido. Anche perché Putin ha di nuovo sciorinato la sua propaganda anti-occidentale nel Forum di San Pietroburgo, ribadendo una volta di più che il suo intento è rovesciare l’attuale ordine mondiale, avendo di mira soprattutto gli Stati Uniti.

Nel frattempo non ha esitato a ridurre le forniture di gas a Germania e Italia (e anche alla Francia, che però è meno vulnerabile da questo punto di vista). Un bel rebus insomma.

Credo tuttavia che il punto centrale sia un altro. Accettando l’Ucraina come nazione candidata ad entrare nella UE, i tre leader forse vogliono dimostrare che l’Unione Europea sta cambiando pelle. Meno attenzione ai bilanci in pareggio e ai famigerati parametri di Maastricht, e maggiore sensibilità a fattori squisitamente politici.

Tutti rammentano la sorte toccata alla Grecia che, pur membro della UE, fu letteralmente massacrata perché non aveva i conti in ordine. Ebbene, la situazione dell’Ucraina era ben peggiore di quella greca già prima dell’invasione russa.

Pur possedendo ingenti risorse naturali, è agli ultimi posti per quanto riguarda la solidità economica, la corruzione e la trasparenza del quadro politico. Gli oligarchi sono anche a Kiev, non solo a Mosca.

Se aggiungiamo l’offerta di candidare pure la Moldova, Paese poverissimo e con la “enclave” russa della Transnistria incuneata nel suo territorio, e addirittura la lontanissima Georgia, che è nel Caucaso, il quadro si fa sempre più complicato.

Draghi, Macron e Scholz hanno, per così dire, “gettato il cuore oltre l’ostacolo”. Ma dovranno pur chiarire che, agendo in questo modo, l’Unione Europea diventa un’altra cosa, ben diversa da quella attuale. E dovranno chiarirlo sia nel Parlamento europeo che in quelli nazionali.

Non sarà soltanto l’Ungheria di Orban a porre problemi, ma anche i cosiddetti Paesi “frugali”, dall’Olanda alle nazioni scandinave, che ai conti solidi e al pareggio di bilancio attribuiscono un ruolo fondamentale.

Può darsi che gli effetti siano positivi, trasformando finalmente l’Unione da gigante economico a soggetto politico a tutti gli effetti. Non si può però dare la cosa per scontata, e i toni trionfalistici usati da giornali e mass media in genere andranno verificati alla prova dei fatti. Anche perché toccherà alla UE sborsare le centinaia di miliardi di euro necessari a ricostruire l’Ucraina.

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