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Il Presidente iraniano Raisi è morto in un incidente aereo. L’elicottero su cui viaggiava assieme ad altri esponenti del potere iraniano si è schiantato sulle alture nord occidentali del paese. Con lui anche il ministro degli esteri è deceduto nell’incidente. Due figure molto influenti del regime. La loro morte avviene in un momento molto critico per il paese. Sia per le tensioni interne dovute al malcontento economico sia per la crisi mediorientale che vede l’Iran protagonista anche se a distanza; almeno dichiarata.

Raisi anch’egli religioso come la guida suprema Khamenei faceva parte della schiera dei conservatori più intransigenti del regime. Era in perfetta linea con i dettami della teocrazia, un protetto dalla guida suprema Khamenei e suo probabile successore.

Raisi negli ultimi due anni ha dato il meglio del suo conservatorismo. Ha sempre stroncato violentemente il dissenso. Ha esercitato pugno duro contro i giovani iraniani. Al grido di “donna, vita e libertà” manifestavano per i propri diritti, per l’uguaglianza e per la democrazia. Quella del velo obbligatorio per le donne è stata la causa scatenante e la morte di Masha Amini, a seguito della carcerazione perché non portava in modo corretto l’hijab, ha dato il via al movimento di protesta giovanile. Ancora oggi il velo è obbligatorio e nulla sembra far cambiare idea o atteggiamenti alla leadership iraniana.

La morte di Raisi e quella del ministro degli esteri non causeranno né vuoto di potere né di governance. Così la guida suprema ha subito tenuto a precisare. Ora a sostituire il defunto presidente sarà il primo vicepresidente Mohammad Bagher. Le elezioni saranno organizzate a breve e chi è deputato a farlo avrà 50 giorni di tempo.

Come influirà la morte del presidente sulla crisi mediorientale è presto per dirlo. Ma è presumibile che poco cambierà perché l’indirizzo della politica estera è data dalla guida suprema e messa in pratica dall’IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Quest’ultima mantiene, indirizza e coordina i rapporti con gli Hezbollah del Libano, gli Houthi dello Yemen e le milizie dell’asse della resistenza in Iran e Siria. E Tutti appoggiano Hamas nella guerra contro Israele.  

Ora il regime sarà molto vigile in attesa delle nuove elezioni. Sceglierà con cura i candidati alla presidenza affinché si continui sul solco tracciato.

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