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di Giuseppe Esposito

Il dibattito italiano, tutto politico, e le schermaglie sull’invio di armi all’Ucraina sembrano riaccendere gli animi e fioccano le polemiche.
Chi non vuole l’invio si definisce pacifista e dice che non si sta facendo abbastanza per ricercare la pace, aggiungendo che fornire le armi la allontana. Tra coloro che sono favorevoli all’invio, che pure auspicano la pace e la fine della guerra, c’è chi sostiene che bisogna mandare armi difensive, non pesanti.

All’uopo, volendo forzare il ragionamento sulla catalogazione, un’arma può assumere la connotazione di “difensiva” o “offensiva” a seconda di come viene usata e da chi viene usata. Nel merito, gli ucraini, tirati in guerra, non fanno distinzione tra arma di difesa o di offesa, pesante o no, chiedono solo strumenti idonei a contrastare i russi.

Sarebbe più legittimo chiedersi se sia giusto o no inviare le armi ed anche se lo sia legalmente.
Sul primo punto la discussione è aperta e premendo su convinzioni etiche e personali ognuno porta le proprie circostanziate argomentazioni.
Sulla seconda questione non ci dovrebbe essere dibattito perché, oltre ad essere stato autorizzato dal parlamento, l’invio risponde a regole e leggi non solo nazionali ma anche di diritto internazionale che regola il trasferimento di armamenti tra gli Stati non solo in periodo di pace ma anche durante un conflitto. Nella guerra in corso, l’Ucraina, invasa dalla Russia, sta esercitando il diritto all’autotutela previsto dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite e gli Stati che inviano armi lo fanno per aiutare il paese invaso che esercita legittimamente la propria autotutela.
In Italia la legge prevede che l’esportazione di materiali di armamento deve avvenire in conformità alla politica estera e di difesa del Paese e che il trasferimento è vietato verso i Paesi in stato di conflitto armato che agiscono in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta dell’ONU.

L’Italia sta operando legalmente ed in conformità alla risoluzione parlamentare approvata a maggioranza il 1° marzo scorso e qualcuno chiede al Governo di informare, giustamente, il Parlamento secondo quanto previsto nella stessa risoluzione. C’è chi va oltre e reclama di rendicontare sul tipo e numero di armi inviate, non ritenendo sufficienti le comunicazioni fatte dal Ministro della Difesa perché definite generiche e non conformi, dimenticando che l’organo parlamentare deputato al controllo della Sicurezza della Repubblica (COPASIR) ha autorizzato l’esecutivo a secretare, e quindi a non divulgare, la lista dei materiali di armamento inviati e che invierà in Ucraina. Come detto è solo un tema di “dibattito politico” tutto italiano perché non saranno certo le forniture del nostro paese a determinare gli esiti del conflitto.