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L’attacco dell’Iran ad Israele c’è stato ed anche massiccio. Sono stati lanciati moltissimi droni, missili da crociera e missili terra-superficie. Si stima più più di 300. Alcuni di questi sono partiti anche dall’Iraq e dallo Yemen; lanciati rispettivamente delle milizie dell’asse della resistenza islamica e dagli Houti.

L’attacco è una rappresaglia in risposta alla mortale operazione aerea israeliana condotta all’inizio di aprile contro un complesso dell’ambasciata iraniana a Damasco. L’Iran ha detto di aver agito nell’alveo della legittima difesa. Nell’attacco a Damasco furono uccise 7 persone e tra queste un leader dell’IRGC (Islamic Revulutionary Guard Corp). Il Corpo delle guardie rivoluzionarie è stato istituito dopo la rivoluzione del 1979 ed è anche noto col nome Pasdaran.

Gli iraniani, cinicamente parlando, dovevano rispondere e, nella logica delle dinamiche di quella parte di territorio mediorientale, lo hanno fatto in modo eclatante. Forse con la consapevolezza, per il modo scelto[1], che gli Israeliani avrebbero messo in atto le loro efficaci difese aeree. Infatti il sistema di protezione missilistica di Israele, “Iron dome” (cupola di ferro) ed “Arrow” (freccia), ha funzionato ed ha abbattuto il 99% dei droni e dei missili penetrati nei suoi cieli. Alcuni di questi sono stati intercettati e distrutti dalla difesa aerea della Giordania, perché entrati nel suo spazio aereo, altri dalle forze USA presenti nella regione ed altri ancora dagli intercettori di Gran Bretagna e Francia.

L’attacco segna comunque un passo avanti pericoloso, o meglio indietro, verso una possibile escalation. L’Iran da quando Hamas ha attaccato Israele, il 7 ottobre scorso, non ha mai lanciato una offensiva diretta verso lo stato Ebraico. Si è sempre astenuto. Lo ha fatto fare, dichiarandosene sempre estraneo, dalle forze della resistenza islamica (l’asse), dagli Hezbollah libanesi e dagli Houti yemeniti. Questa volta ha voluto porre la sua firma e lanciare un segnale. Da quelle parti si risponde così: occhio per occhio e dente per dente.

L’Iran è un nemico dello Stato ebraico e degli Stati Uniti. Vuole la distruzione del primo ed è contrario a qualsiasi influenza e presenza dei secondi nella regione. Il leader supremo Khamenei ha detto i territori israeliani e palestinesi saranno, ritorneranno, tutti mussulmani. Uno dei motivi che ha spinto Hamas ad attaccare Israele è stato quello di evitare la normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Riad (Arabia Saudita) a cui Washington aveva tanto lavorato e che si stavano concretizzando.

Il primo ministro Netanyahu subito dopo lo sventato assalto iraniano ha detto che “Lo Stato di Israele è forte, l’IDF è forte, il popolo di Israele è forte. Insieme resisteremo e, con l’aiuto di Dio, insieme sconfiggeremo tutti i nostri nemici”. Se Israele risponderà in modo più o meno evidente è presto per dirlo. Di sicuro gli israeliani freneranno gli impulsi iniziali per reagire secondo modi e tempi a loro congeniali. Questo è stato confermato nella riunione del gabinetto di guerra che si è tenuta nella serata di ieri: risponderemo quando sarà il momento giusto. Netanyahu ha chiesto all’IDF tre opzioni. La costituzione di una forte coalizione regionale anti Iran potrebbe essere una strada e per il ministro Gallant si sta andando in quella direzione. Una dimostrazione è il fatto che ad abbattere i droni e missili abbiano contribuito anche altri.

Teheran ha fatto sapere che la questione finisce qui se non ci saranno reazioni di Tel Aviv. Per Israele in questa fase della guerra contro Hamas è poco conveniente aprire un altro fronte diretto quando ci sono da riportare a casa gli ostaggi e rimuovere le minacce dal nord e dal sud del paese.  

Nell’immediato il pericolo escalation sembra scongiurato e le diplomazie dovranno lavorare duramente per evitarlo in un prossimo futuro.

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[1] I droni ci mettono tempo ad arrivare e perciò gli iraniani sapevano che sarebbero stati intercettati.