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Il presidente Usa Joe Biden, che di solito usa toni moderati in politica estera, durante un dibattito a Baltimora ha detto a chiare lettere che Washington interverrà in modo diretto in caso di un attacco cinese a Taiwan. Ha poi proseguito sostenendo che gli Stati Uniti hanno un impegno a farlo, giacché “hanno preso un sacro impegno a difendere gli alleati della Nato non solo in Canada ed Europa, ma anche in Asia” citando Giappone, Corea del Sud e per l’appunto Taiwan.
Potrebbe non sembrare una grande novità. Tuttavia è un dato di fatto che, finora, l’America non aveva mai prefigurato una risposta militare diretta qualora la leadership cinese decidesse veramente di attaccare l’isola. Biden ha pure aggiunto di non desiderare affatto un peggioramento dei rapporti con Pechino.
Fonti dell’amministrazione Usa si sono affrettate a dichiarare che le parole del presidente non implicano un cambiamento di rotta nella politica estera degli Usa che, dopo la visita di Nixon e Kissinger a Pechino nel 1972, hanno ufficialmente riconosciuto l’esistenza di una sola Cina.
E’ evidente che i toni sempre più bellicosi adottati da Xi Jinping negli ultimi tempi nei confronti di Taiwan, unitamente alla continua presenza di aerei da guerra cinesi sui cieli dell’isola – che si autodefinisce “Repubblica di Cina” – hanno indotto il presidente ad usare un linguaggio più duro.
Ciò avviene in concomitanza con la sigla del patto “Aukus” tra Usa, Australia e Regno Unito (in funzione anti-cinese), e con i progetti di riarmo giapponesi. Anche Tokyo, infatti, ha lasciato intendere che non se ne starebbe con le mani in mano se Taiwan venisse attaccata.
Dunque l’Indo-Pacifico, e in particolare il Mar Cinese Meridionale, sta sempre più diventando una grande polveriera, nella quale anche un incidente minore potrebbe far esplodere un conflitto di vaste proporzioni. E incidenti minori si sono in effetti verificati in gran numero, poiché navi da guerra americane e inglesi continuano a percorrere le acque internazionali intorno a Taiwan (che la Repubblica Popolare, invece rivendica come proprie).
Un altro e importante segno del crescere della tensione tra Cina e Usa si situa sul piano diplomatico. Biden ha infatti deciso di nominare il nuovo ambasciatore Usa a Pechino, dopo un anno di vacanza della sede. La scelta è caduta sul 65enne Nicholas Burns, docente di Politica internazionale all’Università di Harvard e già sottosegretario per gli Affari politici al Dipartimento di Stato durante la presidenza di George W. Bush.
Nel corso dell’audizione al Senato per la dovuta conferma della Commissione Esteri, Burns non è certo stato tenero con la Cina. Ha infatti nominato il “genocidio nello Xinjiang” abitato dagli uiguri musulmani, i continui abusi in Tibet, il soffocamento della libertà di Hong Kong e, last but not least, le “prepotenze contro Taiwan”. Come se non bastasse ha aggiunto che la Repubblica Popolare ha aggredito l’India sul confine himalayano e intimidito il Vietnam, le Filippine e altre nazioni che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale.
Niente male per un ambasciatore di fresca nomina, il che fa capire quanto siano tese in questo momento le relazioni sino-americane. Ovviamente Pechino ha reagito in modo furioso, accusando gli Usa di ingerenza nei propri affari interni e di essere i veri responsabili di un eventuale conflitto armato.
Resta, sullo sfondo, la situazione economica cinese che è assai meno brillante rispetto al passato. Il colosso immobiliare “Evergrande” è ormai vicino al collasso, ragion per cui lo scoppio definitivo di una bolla immobiliare non si può affatto escludere. E si affaccia pure una crisi energetica di grandi dimensioni. Molti analisti ritengono che l’aggressività cinese in politica estera sia legata al tentativo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni.

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