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La Guerra mi sorprese nel fiore dell’età.
Poco più che Bambino.
Mi rapi’ direttamente dal banco di scuola. Avevo ancorq il profumo d’adolescenza sulle labbra. Non conoscevo ancora la Donna.
Mi sorprese tra i sogni, le speranze, i desideri del futuro. Mi inganno’.
Mi inganno’ col suo meschino disegno di vittoria.
Mi tradi’ raccontandomi di Pace, Patria, Difesa e Libertà.
Mi avevano detto che chi mi sparava addosso, era un infame. Un bastardo. Un codardo. Un aggressore ed assassino di tutte le mie Speranze.
Nulla di tutto questo.
Dall’altra parte c’era un Ragazzo. Uguale a me.
Un Ragazzo tradito. Ingannato.
Un Ragazzo a cui la guerra aveva rubato sogni, speranze e futuro.
Un Ragazzo proprio come Me.

Mi hanno rubato il Tempo e la Gioventù.
Mi hanno rubato la Vita e l’umanità. Son diventato una bestia che combatte contro chiunque solo per tornare a casa.
A casa vivo.
La Guerra mi ha rubato tutto.
Tutto.

Introduzione di Giovanni Chiaravalle.

La lettura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque è un pugno allo stomaco, crudo, diretto, che ti lascia distrutto, laconico, sconvolto, quasi come se tu stesso ti fossi trovato lì, insieme a Paolo Bӓumer – il protagonista, l’“io narrante” – e al resto della compagnia, sul fronte occidentale, in una tremenda guerra di posizione quale fu la prima guerra mondiale.

Dopo la lettura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” comprendi davvero le parole con le quali il libro si apre…
E dopo tutto quello che vivi con loro, dopo aver pianto anche tu la morte di Kemmerich – e, per come viene descritto il momento, quel “dopo aver pianto anche tu” non è solo un modo di dire! –, dopo esserti commosso, con Paolo in licenza per una decina di giorni circa, per il saluto caloroso della sorella e quello altrettanto caloroso, e insostituibile, della mamma nel vederlo sano e salvo, dopo esserti sentito come Paolo, rintanato in un fosso presente in una zona di fuoco incrociato, ansioso e timoroso per la paura di essere scoperto dal nemico e, una volta statolo e aver ucciso quello sventurato individuo per non farlo gridare, atto che avrebbe così rivelato la propria posizione, aver iniziato quasi a impazzire già solo per il fatto che a farti compagnia, in un fosso, è un cadavere, così come l’essere assalito dal costante pensiero che potresti non uscire vivo di lì, dopo aver provato la costante paura di perderti, di perdere il proprio “io”, di non sapere se si è ancora degli esseri umani o si è divenuti già delle bestie, dopo aver concepito che queste esperienze e questi pensieri li hanno vissuti ragazzi di soli 20 anni e, be’, dopo altri strazianti momenti passati con tutti loro… be’, solo allora, alla fine, ti ritornano alla mente e comprendi davvero, fino in fondo, le parole con le quali il libro si apre, che suonano non come un suggerimento su come dovrà essere letto il libro, bensì come un triste epitaffio sulla tomba di tutti i soldati, indipendentemente dalla loro nazionalità, o una pietosa descrizione di una intera generazione:

“Questo libro non vuol essere
né un atto d’accusa né una confessione.
Esso non è che il tentativo di raffigurare
una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate
venne distrutta dalla guerra.”

Questo libro ti turba, ti fa riflettere, ti fa vivere le cose di cui parla, insomma, è assolutamente da leggere.

Buona lettura.