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Cos’è l’atlantismo. Sfogliando il primo volume dell’ottimo Dizionario del Liberalismo italiano, pubblicato da Rubbettino Editore, capita di imbattersi in voci particolarmente illuminanti. Senza far torto a nessuno, vorrei segnalare Atlantismo scritto da Eugenio Capozzi. Vi si parla, innanzitutto, di un “internazionalismo liberal-democratico” che è certo assai meno noto di quello socialista e comunista.

Meno noto perché i liberali hanno sempre diffidato di forme organizzative strutturate e transnazionali, pur essendo per definizione convinti sostenitori di una visione globale e cosmopolita della società umana nel suo complesso. Rammenta l’autore che l’idea di una democrazia internazionale venne enunciata per la prima volta dal Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson nel 1914, ponendo le basi per la nascita della “Società delle Nazioni” nel 1921.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma l’aspirazione è rimasta ben viva nonostante le critiche distruttive e gli innumerevoli conflitti che hanno segnato, e tuttora segnano, la storia recente. Nell’arco di tempo che separa le due guerre mondiali, l’aspirazione a creare una federazione globale in grado di porre termine ai contrasti armati tra le nazioni continuò a crescere. E, a questo proposito, vien fatto di pensare che dopo tutto ci si trovi di fronte a una sorta di “utopia liberale”, per quanto possa sembrare strano di primo acchito utilizzare una simile espressione.

La Carta atlantica siglata il 14 aprile 1941 da Winston Churchill e Franklin D. Roosevelt fu un’ulteriore tappa lungo questo cammino, che poi influenzò in modo decisivo la nascita dell’ONU e la celebre Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. L’impronta anglosassone è evidente in tutti i casi citati, come anglo-americana fu l’ispirazione del Patto Atlantico.

L’Italia, uscita umiliata dalla seconda guerra mondiale, e attraversata da una feroce lotta tra i partiti di ispirazione più o meno occidentale e le formazioni politiche che si richiamavano invece in modo esplicito all’esperienza dell’Unione Sovietica – ivi incluso, allora, il Partito Socialista di Nenni – prese coscienza che qualcosa di nuovo stava nascendo, e che la scelta di campo sarebbe stata decisiva per le generazioni future.

Capozzi ricostruisce bene, sia pure in modo succinto come si conviene alla voce di un dizionario, le profonde divisioni esistenti nel campo non marxista. Quelle del mondo cattolico sono note, basta citare i nomi di De Gasperi e Dossetti. Meno conosciuto il fatto che all’interno dello stesso schieramento liberale gli umori erano tutt’altro che concordi. Uno dei maggiori notabili prefascisti, Vittorio Emanuele Orlando, nel 1949 si schierò contro l’adesione italiana alla NATO. A differenza di Benedetto Croce il quale, da grande filosofo quale egli era, capì subito che la crisi di civiltà causata da nazismo e fascismo poteva essere superata solo mediante l’integrazione transnazionale delle democrazie liberali.

Vorrei infine notare un elemento importante del breve saggio. Siamo abituati a parlare di atlantismo, Patto atlantico, NATO etc. in termini strettamente politici o militari. Bene fa pertanto Capozzi a sottolineare che “grazie alla decisiva spinta impressa dallo stesso De Gasperi, sulla base di una chiara opzione non solo strategica ma culturale, il governo si risolse in favore dell’adesione all’Alleanza”.

Non si trattò insomma di una opzione meramente contingente, basata sulla paura dell’URSS e del nascente Patto di Varsavia. Fu piuttosto la scelta, da parte della maggioranza in Parlamento (e nel Paese), di un modello di società in cui venivano garantiti la libertà individuale e i diritti politici. Per dirla con parole più “paludate”, venne scelta la filosofia politica del liberalismo, anche se la lettura di molti libri e articoli pubblicati ai giorni nostri indurrebbe a credere che una tale filosofia politica proprio non esista.

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