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Torna a parlare Roberto De Zerbi in occasione del riconoscimento del premio Bearzot. L’allenatore dello Shakthar Donetsk si è esposto ai microfoni di Sky in merito ad un suo possibile ritorno in Italia.

Sul riconoscimento ricevuto:

“Questo premio mi rende molto orgoglioso, devo felicemente condividerlo col mio staff, quello che ho fatto io l’hanno fatto loro. Mi sento di dire che non penso che abbiamo fatto qualcosa di straordinario, ma le cose che andavano fatte. Mi mette in imbarazzo il clamore venuto fuori su un gesto naturale”.

Avete giocato delle amichevoli di beneficienza:

“Adesso siamo tornati pochi giorni fa da una tournée durata un mese, dove c’era un solo brasiliano (Marlon) e l’israeliano Salomon. L’abbiamo fatta per portare fisicamente i giocatori fuori dal Paese, perché non potevano uscire, e poi per delle amichevoli il cui ricavato andrà tutto al popolo ucraino. Io oggi sono a Roma, ma in Ucraina stanno facendo la stessa vita di qualche settimana fa”.

Il campionato ucraino può ripartire?

“Non lo so, sono in attesa. Non tanto contrattualmente, perché ho il permesso e l’invito di trovarmi un’altra squadra. Sto aspettando, più per me che per quanto possa essere importante per loro: rifare un altro anno là vorrebbe dire chiudere una ferita, almeno parzialmente, di una squadra, uno squadrone, che mi è stata tolta dalle mani. Smembrata non per cause calcistiche: è una cosa che un allenatore che vive per crescere e far crescere i giocatori è difficile da immaginare”.

Lo Scudetto lo vincerà un allenatore che non lo aveva mai vinto prima:

“Fa da contraltare al fatto che i calciatori sono quelli che fanno vincere. Gli allenatori siamo tutti importanti, nel bene o nel male, ma i giocatori fanno la differenza. Il Milan è l’esempio lampante: il lavoro che ha fatto la società e quello che ha fatto Pioli in tre anni. Ha preso una squadra non messa benissimo e ha scalato la classifica, facendo anche delle scelte impopolari come Donnarumma e Calhanoglu, ma fatte con coraggio. Se vincerà il Milan, l’avrà meritato al 110 per cento”.

Sta nascendo una generazione di allenatori in Italia?

“Io non sono d’accordo nel distinguere tra allenatori giovani e anziani. Bisognerebbe distinguere tra bravi e non bravi, capaci e non capaci. Poi ognuno ha il metro per giudicare la bravura, ma Ancelotti che non è più giovanissimo ha dimostrato che l’età conta poco. Io credo che al nostro calcio serva del ritmo, ma questo è conseguenza del talento: l’Italia ha bisogno di talenti, con questi si trova il ritmo. Senza, si fatica a trovare un po’ tutto”.

Il calcio italiano le manca?

“No, non mi marca stretto. Non ho mai sentito nessuno e non ho sentito nessuna squadra italiana. Vediamo, io chiaramente sono italiano e l’Italia è il Paese più bello di tutti, dove si vive meglio che altrove. Poi cerco le condizioni giuste per allenare: se in Italia, sono più contento. Se fuori, vuol dire che migliorerò sotto altri aspetti”.

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