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I protagonisti fondamentali di questa storia sono due: Ugo Napolitano, “ragazzino” aggregato dalla Primavera. E il genio per antonomasia, Diego Armando Maradona: nessuno aveva mai vagamente immaginato, appena sbarca all’ombra del Vesuvio, in quella estate caldissima dell’84, cosa sarebbe accaduto nei sette anni successivi col Napoli. Una epopea irripetibile, che non ha eguali.

E pensare che prima di partire per il ritiro di Castel del Piano, assieme a Enrico Zazzaro, Ciro Ferrara e Patrizio Chiaiese, quando ci fu la presentazione di Diego al San Paolo, ero tra quelli che avevano comprato il biglietto di Curva per andare a vederlo…”.

L’influsso mediatico generato dall’argentino c’entra poco con la naturalezza di un sodalizio nato spontaneamente, compagni di stanza in ritiro. Il loro rapporto, infatti, non si basa sull’onnipotenza de El Más Grande, in termini di brand. Tantomeno sull’affascinante irregolarità dei suoi comportamenti extracampo. Gli ingredienti che cementano il loro legame non afferisce l’indole a tratti demoniaca di Diego. Bensì, il suo lato nascosto, fattore aggregante e ipersensibile, nient’affatto divisivo. Un’abilità nel generare empatia coi compagni di squadra che non ha eguali.

A livello umano è stata una esperienza immensa. Correre, mangiare, allenarsi con lui, sempre scherzoso e disponibile. Sapeva cosa vuol dire comportarsi in un certo modo, specialmente con i ragazzi. Non come Maradona, ma come un compagno qualsiasi. Oggi non è così. Ti danno subito del tu, sono aggressivi, anche nei comportamenti. Una volta dovevi avere rispetto per i senatori. Una sorta di timore reverenziale. Lui al contrario faceva di tutto per aiutare i più giovani…”.

Napoli_1984_85_ritiro_Napolitano_Maradona

Non per nostalgia, ma per gratitudine. Questo il motivo principale per cui Napolitano racconta Maradona. Una delle grandi icone dello sport contemporaneo, il campione per antonomasia, quello più transgenerazionale, perché il suo mito non appartiene al passato. Ormai è entrato nella quotidianità, talmente simbiotico nel rapporto col calcio, da trascendere il presente, El Diez rimane sempre attuale.

Aveva una sola parola. Se ti prometteva una cosa, poi la manteneva. A mio padre, che era venuto in ritiro a trovarmi, avevo chiesto di non disturbarlo. Non volevo che mi mettesse in imbarazzo. Invece, dopo la foto di rito, lo invita a cena. Diego accettò sorridente. Pensavo se ne fosse dimenticato. Ma quando tornammo in città, venne a casa nostra, e si trattenne fino alle tre di notte, mangiando e chiacchierando“.

Crescere dopo l’esordio in A

Napolitano marca non per scelta, ma quasi per destino. Una vita a difendere. Forse la sua carriera non è stata perfetta, gli ha lasciato un piccolo rimpianto in fondo al cuore. Nonostante l’abbia visto dominare, poche ombre e tantissime luci, per un intenso decennio in Serie B. Guadagnandosi il piacere di farsi adottare dalla Calabria, novella terra promessa: 300 presenze con le maglie di Cosenza e Reggina.

Primavera_Napoli_1983-84_Viareggio

Ripensandoci bene, ha desiderato giocare col Napoli, vivendo la classica trafila nel settore giovanile, scorgendo all’orizzonte la Prima Squadra.

Marchesi mi diceva spesso che forse mi avrebbe messo in campo. Quante volte mi sono riscaldato inutilmente. Non era uno che si fidava di dare tante responsabilità ai giovani. E invece, con Sormani, in Primavera, noi lavoravamo tantissimo, sia fisicamente che tecnicamente…”.

A proposito di Primavera, ancora gli brucia dentro (“Dico solo una parola: un furto…”) la grande delusione di un Viareggio letteralmente scippato (vedi l’intervista a Enrico Zazzaro: “Le leggende azzurre”n.d.a.).

Ugo riesce a scolpire il suo nome in Serie A, con l’esordio datato 30 settembre 1984, al “Comunale” di Torino. Una domenica tinta di granata dal primo all’ultimo minuto, che rende in ogni caso indimenticabile quell’istante con i suoi tanti significati. Il piedino educato di Leo Junior è coinvolgente, fa semplicemente sognare. Pennella assist da spingere in rete, offrendo un punto di vista alternativo ad Aldo Serena, che salta come un grillo e non dà scampo agli azzurri.

Quando Marchesi mi fece entrare confesso che le gambe tremavano un pò. Nella testa di un napoletano, cresciuto nel settore giovanile, c’è sempre il sogno di esordire col Napoli. Anche se qui minuti passarono in fretta. Si fece poco, perchè il risultato era già fissato. Comunque una gran soddisfazione marcare Schachner. Per me è stata una vera gioia. Indimenticabile pure il ritorno a casa. Arrivai di notte, ma nel mio quartiere, i Miracoli, un mucchio di gente mi aspettava per festeggiare con me…”.

Quindi, comincia il suo viaggio come se fosse un giro di giostra medioevale. Cerimoniale fatto di uno contro uno ogni maledetta domenica. Prima tappa: Il Campania. Si gioca al “Collana”, nel cuore del Vomero, quartiere collinare, un po’ borghese e radical chic. Certi incroci possono essere così forti da scuotere profondamente. Conosce Giovanni Vavassori, (“Un amico e una persona squisita, fondamentali i suoi consigli, per farmi crescere…”). sicuro come pochi nell’interpretare il concetto di leadership in tutta la sua pienezza nel ruolo libero. In pratica, un giocatore “maturo”, che sa dettare i tempi e dispensare suggerimenti, senza tuttavia diventare pateticamente professorale. Da stopper irrequieto, lo educa a calarsi nella nuova dimensione. Del resto, la C1 dell’epoca era un campionato assai competitivo, estremamente formativo per chi proveniva da un vivaio importante, e doveva acquisire esperienza.

Quello non rimane l’unico crocevia fortunato, che ne scandirà il percorso calcistico. Perché il potere di una storia è dato dalle persone in cui ti imbatti mentre la vivi. Nonché, dal messaggio che riescono a comunicarti. L’anno dopo, a Prato, fa la conoscenza di Corrado Orrico (“Un perfezionista, lavoravamo talmente tanto che talvolta durante gli allenamenti quasi vomitavamo. Però quanto correvamo…”). Là probabilmente prende consapevolezza di avere il giusto mix di caratteristiche per fare il professionista.

Prato_86-87

Nelle due stagioni in Toscana Napolitano spreme fino all’ultima goccia di cattiveria agonistica e feroce determinazione, a caccia del centravanti avversario. Senza alcuna differenza tra marpioni della categoria, tipo Cornacchini, Fermanelli, la coppia Madonna e Simonetta. Oppure giovani leoni in rampa di lancio, su tutti, Marco Simone, Igor Protti e Pierluigi Casiraghi, leader nella classifica dei cannonieri del Girone A 1987/88.

A Cosenza finalmente riconoscono che Napolitano è pronto per il salto di categoria. Ha tutto quello che serve per guidare la retroguardia, impersonificando il tipico centrale di quegli anni: aggressivo sull’uomo, senza perdere lucidità in marcatura.

Divertenti testimonianze dei Top

Qualità che rappresentano il carburante ideale, in grado di alimentare quel flusso ininterrotto di palpitanti sfide individuali, nient’affatto facili da orchestrare. Per questo motivo sono pochi gli attaccanti che hanno il coraggio di tenere lo sguardo fisso nei suoi occhi. Spesso temevano di incontrarlo sulla loro strada.

Cosenza 1989/90

Molti bomber (o presunti tali…) ragionano, riflettono e preferiscono girare a largo. Qualcuno preferiva addirittura nascondersi. Altri, tuttavia, sono maggiormente spudorati. Pericolosissimo banalizzarli, perché poi ti puniscono, di forza oppure in acrobazia, con la loro insolenza.

E’ il caso di Christian Vieri. Lontano dal divenire il finalizzatore devastante della Nazionale, comunque capace di buttarla dentro con regolarità nelle prime esperienze da giovanissimo titolare, in Serie B. Agli inizi degli anni ’90, quando il Cosenza si scontra con Pisa, Ravenna o Venezia, sono scintille con Napolitano. Piuttosto che sfuggire alla morsa asfissiante del difensore, Bobo accetta serenamente di fare a spallate. Una circostanza volutamente riproposta qualche tempo fa durante il tradizionale format che sta spopolando sui social. 

Tra gag e risate, nelle dirette della “BoboTv”, assieme a tanti ex calciatori e compagni di squadra, Vieri torna indietro nel tempo, rispolverando un imperdibile aneddoto: “Quegli anni al Sud non ti fischiavano niente. Ricordo Napolitano a Cosenza, mi ha fatto una testa così di cazzotti…”. 

Esilarante pure la testimonianza di Filippo Inzaghi. Che nello stesso periodo di Vieri, segna gol a raffica con Verona e Piacenza, in virtù della sua proverbiale astuzia e sfacciataggine. Pippo non è ancora il mortifero centravanti fuori dal comune, una sentenza negli ultimi sedici metri con Juve e Milan.

Napolitano_Cosenza

Nondimeno, segna tendenzialmente tanto. Ma le volte che gli si presenta davanti Napolitano, sono dolori. Ovviamente, non per lo stopper rossoblù. “Napolitano mi ha fatto crescere. A Cosenza non faceva altro che darmi tante legnate. Allora mi son detto, alla prossima gli do una mezza gomitata. Neanche forte, perché le prendevo sempre io. Poi se tiravo una gomitata, alla fine buttavano fuori me. Appena si è avvicinato, gli ho tirato questa mezza gomitata e gli ho aperto un pò il sopracciglio. Invece di lamentarsi con l’arbitro, si è messo il sangue in bocca e me l’ha sputato addosso. Mi son detto, basta, dai, finiamola qua…”.

Insomma, a quel tempo la Serie B era il territorio ideale per testare le potenzialità dei futuri protagonisti al piano di sopra. Là potevano sprigionare il loro talento, mettendosi a dura prova, nel resistere a rigide marcature personalizzate. Uno scenario in cui Napolitano ringhia e sbuffa con lo spirito del lottatore, senza però mai finire alle corde. Disinnescando attraverso il suo maniacale perfezionismo figure diverse di punte. Siano essi centravanti istintivi, avanguardisti o tradizionali.

Beh, se si ricordano dopo trent’anni del sottoscritto, allora vuol dire che qualcosa di buono l’ho fatto. In quegli anni ho avuto la possibilità di marcare attaccanti veloci, forti fisicamente, cattivi. Non ho mai fatto del male a nessuno, però. Ero quello che si definiva un difensore tosto. Ma ho sempre rispettato tutti. Magari c’erano contrasti duri nei 90′. In ogni caso, a fine partita scattava la stretta di mano, se non addirittura l’abbraccio. Devo confessare che l’unico che mi ha trasmesso una sensazione di timore è stato Skuhravy: impressionante, era enorme“.

L’arte scomparsa del marcare

Cosenza_Serie_B

In realtà, ogni attaccante preso in consegna ha il proprio linguaggio. Un modo di muoversi e compiere gesti quasi naturali. Alcuni sono fieri avversari. Altri, paradossalmente, compagni di squadra.

Gigi Marulla per me è stato quasi come un fratello. Amico e capitano ideale. Veloce, esplosivo. Vedeva la porta e nonostante fosse piccoletto, quando staccava da terra, ti mangiava sulla testa…”.

Le annate a Cosenza definiscono connessioni forti e durature (“L’amicizia con Ciro Muro, un legame speciale, che dura da una vita. Spesso lo prendo in giro: forse corre più adesso, alla soglia dei sessant’anni, quando giochiamo l’Intersociale, che da giovane. Pochi con la sua tecnica. Piedi da fenomeno. Anche Maradona lo diceva. Infatti, gli aveva suggerito di non andare via da Napoli…”). Ma anche situazioni che ti insegnano a restare in piedi. Senza scomodare necessariamente la retorica del soldato, è innegabile che il destino ha voluto testarne il carattere in ben due occasioni tragiche, obbligandolo a sopportare sulla pelle il dolore derivato dalla perdita di compagni con cui viveva a stretto contatto. Prima Denis Bergamini, poi Massimiliano Catena.

Solo un gruppo forte emotivamente, amici prima che compagni di squadra, poteva sopportare quei traumi. Quando sapemmo di Denis eravamo in ritiro, la domenica dovevamo giocare col Messina, in casa. Correvamo e piangevamo. A un certo punto l’arbitro chiese se volessimo che fermasse la partita. Di Max ricordo la partita successiva all’incidente, a Taranto. In uno sconto di gioco mi ruppi a sangue sotto l’occhio. Ma non volli uscire. Segnai e lo dedicai a lui...”.

Napolitano ha dato un senso alla sua carriera, scegliendo di battersi nelle arene della cadetteria. La necessità quasi fisica di sfidare continuamente avversari e circostanze della vita, individuando i suoi limiti e spingendoli più avanti.

Oggi è cambiato il modo di insegnare i fondamentali difensivi. Il regolamento ti obbliga a saltare con le mani dietro la schiena, mentre a noi suggerivano proprio di aiutarci con le braccia, per avere maggiore slancio ed equilibrio. Usare il corpo, sentire l’avversario. In verità, è cambiato un pò tutto. Prima dovevi fare bene ogni anno per strappare un rinnovo. Eri obbligato a dimostrare sempre qualcosa, non solo in ottica contratto…”.

Insomma, Ugo ha fatto il meglio che poteva con le caratteristiche che aveva. Ed è contento della sua storia, pur portandosi appresso un piccolo cruccio.    

Mi spiace aver perso la promozione all’ultima giornata (stagione 1991/92, n.d.a.). Arrivammo appaiati al quarto posto noi e l’Udinese. Loro vinsero ad Ancona, che aveva già staccato il biglietto per la A. Noi invece perdemmo a Lecce. Un vero peccato, perchè Reja aveva costruito un bel gruppo. Un allenatore eccezionale nel rapporto con i giocatori. Quasi venissimo prima noi e le nostre esigenze, dopo quelle della società. Forse troppo signore per il calcio moderno“.

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