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La realtà dei numeri certifica che, al momento, Napoli e Verona sono distanti dai rispettivi obiettivi stagionali. Gli azzurri faticano terribilmente a rimettersi in carreggiata sulla strada che porta alla Champions del prossimo anno. Gli scaligeri, invece, rimangono sempre più invischiati nelle sabbie mobili della zona retrocessione. Ecco com’è andato il match del “Maradona”…

Gollini: 6

Vola sul tracciante di Lazovic all’alba del secondo tempo. Poi ordinaria amministrazione, coi piedi ed in uscita alta. Veicola la sensazione di estrema tranquillità.

Di Lorenzo: 6

Corsa, impegno e sovrapposizioni non gli difettano. La sua pagella potrebbe essere da “copia e incolla”. Se non fosse che riesce comunque a eccellere in talune cose, tipo consolidare il possesso o assorbire la tecnica nello stretto di Suslov. Cala vistosamente nel finale, ma resta in ogni caso sul pezzo, blindando la sua porzione di campo.  

Rrahmani: 6

Contrasta Noslin e offre una sicura copertura alle uscite di Juan Jesus. Un roccioso secondo violino.

Juan Jesus: 7

Puntuale in marcatura su Noslin e nelle letture, come in occasione della ripartenza veronese a inizio partita, che assorbe temporeggiando e scappando all’indietro, nonostante la retroguardia fosse in sottonumero. Rompe la linea e copre le uscite di Mario Rui a sinistra, disinnescando la rotazione in fascia tra Folorunsho e Suslov, con il primo che entra dentro al campo e l’altro che riceve nello spazio dietro il terzino portoghese. Non sbaglia un intervento, di testa o in anticipo palla a terra. E poi, quante diagonali salvifiche. Il migliore per distacco, in questo desolante teatrino dell’assurdo.

Mario Rui: 6

Utilissimo in costruzione. Difensivamente la mismatch fisica con Folorunsho dovrebbe far emergere molti dei suoi limiti. In primis, l’inadeguatezza strutturale, con quelle gambine corte, nel minacciare il muscolare in gialloblù. Poi lo vedi combattere su ogni pallone, con feroce determinazione e cattiveria agonistica, e si stoppano sul nascere i dubbi sul suo conto. Quanto incida negli equilibri di squadra lo noti quando Folorunsho si accentra, lasciando ai piedi educati di Suslov l’incombenza di puntare il terzino portoghese. Che non si lascia impressionare, fermandone le incursioni. L’ammonizione suggerisce a Mazzarri di tirarlo fuori. E lui non la prende bene.

(dal 51’ Mazzocchi: 6)

Generalmente al mercato di gennaio si fanno dei semplici ritocchini. Potremo definirle “operazioncine”, che cambiano poco la struttura di una squadra. Invece l’ex Salernitana è un carrarmato, che canta e porta la croce. Scippa la palla come il più lesto dei borseggiatori e avvia la ripartenza che mette Kvara in condizione di battere a rete. In fase di non possesso, soffre terribilmente Suslov.

Anguissa: 6,5

Per l’idea astratta che Mazzarri ha del suo Napoli, tornato prepotentemente al 4-3-3, è la mezzala ideale, perché spendibile per sfruttarne al meglio fisicità e creatività. Puntando su un possesso qualitativo molto insistito, le geometrie del camerunese non sbilanciano mai la squadra sopra la linea del pallone. Lui lotta e governa con efficacia e spinta propulsiva, tutt’altro che affardellato dai postumi della Coppa d’Africa.

Lobotka: 6

La sua visione di gioco lascia immaginare un rapporto quasi sensuale con la palla. Geometrico all’atto di impostare, seppur con qualche inusuale sbavatura di troppo. Talvolta stranamente impreciso. Ma leonino del supportare la linea difensiva, chiudendo gli spazi e rincorrendo chiunque in gialloblù provasse a prendere posizione alle sue spalle.

(dal 84’ Dendoncker : s.v.) 

Paracarro piazzato davanti alla difesa, utile nella baraonda post 2-1.

Cajuste: 5,5

Continua a deludere. O meglio, la sua evoluzione è troppo lenta rispetto alle esigenze immediate del centrocampo partenopeo. Il suo rendimento passa per le piccole cose più che per le giocate estemporanee. Avrà pure delle grandi potenzialità, attualmente rimane un centrocampista “da sistema”, che ha bisogno di associarsi ai compagni attorno piuttosto che accentrare il gioco su di sé.

(dal 62’ Lindstrom: 6,5)

Finalmente fa la differenza, ovviamente non da esterno, bensì nel mezzo spazio di sinistra, alla stregua della classica mezzala di strappo e inserimento. Obbliga Montipò al paratone salva risultato. Poi va via che è una bellezza e mette dentro un cioccolatino, che Ngonge deve solo spingere in rete.    

Politano: 6

Mostra tutte le sfumature del suo modo di interpretare il ruolo di esterno: ma la tradizionale naturalezza con cui utilizza entrambi i piedi oggi sono stemperate da un attento Cabal. Magari potrebbe esplorare maggiormente le sue soluzioni controintuitive per scrollarselo di dosso. Tipo quel dondolio nella conduzione del pallone con il sinistro che gli permette di inclinarsi e stringere verso il centro. Ma il terzino del Verona lo controlla senza grande fatica.

(dal 62’ Ngonge: 6,5)

Si presenta al pubblico napoletano con la rete del pareggio, che rimette in sesto una partita apparentemente uguale a tante altre quest’anno. E invece la rapidità nel tagliare davanti all’avversario gli permette di farsi trovare all’appuntamento con l’assist di Lindstrom. E porre le basi per ribaltarla.

Simeone: 6

Le inattese difficoltà a fare gol non possono che far ingigantire le aspettative. E lui conferma l’attesa che attraverso il suo “sentire” la porta, prim’ancora che vederla, sia in grado di caricarsi l’attacco in spalla. El Cholito combatte come un leone in gabbia, preso tra Coppola e Dawidowicz. Fa a sportellate, tiene su la squadra. Si spende in un lavoro oscuro spalle alla porta. Ma palloni puliti ne arrivano pochini. L’argentino non si demoralizza, nondimeno perde lucidità. Così si spiegano le due occasioni fallite a tu per tu con Montipò, che comunque è bravo a chiudergli lo specchio della porta.

(dal 84’ Raspadori: s.v.) 

Partecipa all’arrembaggio finale.

Kvaratskhelia: 7

Ciuf: solo incrocio dei pali. Una seggiata morbido come la carezza di un bambino, letale come il morso del mamba nero. E basterebbe questo per raccontare la sua partita. Tchatchoua cerca di assorbirne le accelerazioni e le abilità nello stretto, sporcandogli le ricezioni. Il georgiano ha la tecnica per deviare dalla contesa e prendersi la scena. Si esalta man a mano che Baroni prova a restringergli lo spazio, approntando il proverbiale raddoppio di Duda, che arriva puntuale come le rondini che preannunciano la primavera. Resta il principale terminale offensivo degli azzurri. Sue le conclusioni più insidiose nella prima frazione di gioco, che obbligano Montipò a due belle parate.  

Allenatore Mazzarri: 6

La conferenza stampa presidenziale della vigilia ha chiuso inesorabilmente una fase di questa deludente stagione, scaricando sulle spalle del tecnico un pesante fardello: accantonate le promesse non mantenute, che hanno raggiunto l’apice col mercato di gennaio, adesso è tempo di aspettative. Aleggia sull’allenatore toscano l’onere di risollevare il Napoli, inesorabilmente impantanato col fango fino al collo nel limbo della metà classifica. Buonissimi i primi venti/venticinque minuti, per intensità e fluidità della manovra. Un giropalla ritmato e ipercinetico, come non si vedeva al “Maradona” da tanto tempo. Poi la squadra s’è ripiegata su sé stessa, vittima di paure ataviche e incapacità realizzativa. Pessimo l’approccio al secondo tempo. Gli azzurri restano letteralmente negli spogliatoi, ringalluzzendo il Verona. In ogni caso, la vince coi cambi, e poco importa se siano stati (più o meno…) voluti, piuttosto che imposti dalle circostanze.  

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