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Chi sostiene che le grandi nazionali possano anche fare a meno di un centrocampo fortissimo, se poi hanno un centravanti devastante oppure una retroguardia imperforabile, non sa fare tesoro degli insegnamenti veicolati dalla storia dell’Italia nelle grandi manifestazioni. E’ un mantra risaputo: gli Azzurri edificano le loro fortune su cervello fino, piedi educati e capacità di coniugare lotta oltre a governo in mezzo al campo. Caratteristiche di cui è abbondantemente dotato Lorenzo Pellegrini. Un giocatore bello a vedersi, in grado di fare cose spettacolari ed al contempo assai efficaci.

Nella filosofia di Luciano Spalletti, orientata a dominare gli spazi, trovando la superiorità numerica, senza mai lesinare l’intensità, diventano di vitale importanza le letture. Per intenderci, capire lo sviluppo del gioco prima degli altri, seguendo istintivamente l’anticipo di pensiero. Non a caso, nella conferenza stampa di presentazione, il primo giorno di ritiro, il commissario tecnico ha pubblicamente espresso le sue intenzioni. Sviluppare un calcio nient’affatto rigido. Funzionale a liberare il talento individuale. Ma comunque in un contesto di squadra organizzata.   

È così che De Rossi ha letteralmente ribaltato la stagione della Roma, nonché il rendimento di Pellegrini. Dando forma e sostanza all’interpretazione più ampia e variegata del ruolo di mezzala. Del resto, la visione globale del campo consente di fotografare in una frazione di secondo la posizione di compagni e avversari. Uno scenario in cui il capitano giallorosso sa perfettamente dove finirà la palla ancor prima che parta, garantendo poi la progressione della manovra semplicemente con un tocco illuminante.  

Modulo fluido e imprevedibile

Nel listone dei 30 preconvocati, con all’orizzonte un Europeo da vivere come detentori del titolo, solamente in due incarnano la declinazione della mezzala dall’indole decisamente moderna. Quella fornita di intelligenza tattica e fantasia, per cui la fase di costruzione ha la stessa importanza della gestione della palla nella trequarti offensiva.

Uno è Nicolò Fagioli, l’altro proprio Pellegrini. Con il compito specifico di rendere la Nazionale estremamente duttile, divisa tra l’ordine del 4-3-3 e il “disordine” di un sistema maggiormente fluido. E perciò, a tratti imprevedibile: il 3-4-2-1 che Spalletti ha cominciato a proporre, in piccole dosi, nei primi giorni di ritiro a Coverciano. Uno slot dove il romanista si ritrova a suo agio, oscillando costantemente dietro la punta o abbassandosi in mediana, per collaborare a consolidare il possesso. Un movimento che lui fa sembrare di una facilità disarmante.      

Tutti requisiti che gli permettono di avere un impatto fondamentale sull’Italia, smarcandosi tra le linee. Specialmente nelle situazioni in cui gli avversari si compatteranno sottopalla. Là dovrà determinare, lavorando nello stretto, attraendoli in avanti, e dopo combinando alle loro spalle, stimolando le verticalizzazioni verso la punta o le connessioni con i compagni. E se difensori e centrocampisti altrui occuperanno razionalmente il campo, annullando la profondità, allora dovrà essere bravo a riciclare il pallone. Esplorando l’ampiezza, perché Spalletti chiede continuamente ai terzini di rimanere larghi contro i blocchi bassi. In alternativa, giocando a specchio col centravanti, così da avere tempo e spazio per imbucare sul terzo uomo.

A scanso di equivoci, magari non sarà sufficiente per arrivare fino in fondo. Complicato, infatti, ripetere un’altra campagna d’Europa trionfale. Tuttavia, aver escluso l’Italia dai favori dei pronostici potrebbe ispirare il gruppo, nel voler dimostrare di non essere tra i più forti, ma sicuramente competitivi.

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