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La guerra tra Israele ed Hamas è giunta alla settima settimana. Le operazioni delle forze di difesa (IDF), nella combinazione terra-aria-mare, non si sono mai interrotte. Le forze Israeliane da qualche giorno sono entrate nella “fase successiva” delle operazioni, come detto dal ministro Gallant, che prevede l’espansione delle manovre nel resto della Striscia. L’offensiva dell’IDF si sta facendo sentire in attesa che parta la tregua concordata con Hamas.

Il cessate il fuoco sarebbe dovuto partire oggi ma tutto è rimandato di qualche giorno, forse uno, per questioni amministrative che sono in fase di risoluzione. Se questo serve a rendere le cose più chiare per chi deve applicare l’accordo certo non conforta i parenti degli ostaggi che aspettano di riabbracciare i propri cari.

La mediazione del Qatar, col fattivo supporto dell’Egitto e degli Stati Uniti, è stata determinante. La Turchia, che nei primi momenti del conflitto si stava ritagliando uno spazio importante nella diplomazia conciliativa, è la grande assente; le dichiarazioni del Presidente Erdogan contro Israele e a favore di Hamas, per ammaliarsi le piazze in protesta, hanno aperto una voragine nelle relazioni tra Tel Aviv ed Ankara.

Termini dell’accordo

L’intesa prevede una tregua di quattro giorni per consentire l’ingresso di aiuti umanitari ed il rilascio reciproco di ostaggi e prigionieri, in un rapporto di 1 a 3. Cinquanta tra bambini e donne detenuti da Hamas contro centocinquanta donne ed adolescenti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. I rilasciati palestinesi saranno scelti tra coloro che non hanno commesso reati di terrorismo. Israele fornirebbe un giorno in più di tregua per ogni gruppo di 10 ostaggi rilasciati. Anche gli Hezbollah libanesi rispetteranno la tregua. Nel periodo di pausa l’esercito israeliano congelerà le posizioni, Hamas e le milizie staranno ben nascoste nei loro rifugi e nessuno dovrebbe sparare un colpo.

È stata una decisione difficile ma necessaria secondo Netanyahu che conferma la prosecuzione della guerra dopo la pausa concordata. Prima di questa intesa, per nulla scontata e comunque delicata, le affermazioni e le smentite di un eventuale cessate il fuoco si sono rincorse per giorni. Alcuni esponenti del governo israeliano erano contrari e preoccupati perché un accordo avrebbe fatto ripetere l’errore di Shalit del 2011. In quella circostanza il rilascio di Gilad Shalit, soldato israeliano detenuto da Hamas dal 2006, ebbe come contropartita israeliana la liberazione di 1.027 detenuti palestinesi; tra questi vi era Yahya Sinwar, attuale capo di Hamas a Gaza, artefice dell’attacco del 7 ottobre scorso e soprannominato l’ospite perché non dorme mai nello stesso letto.

Un accordo migliore forse non ci poteva essere in questo momento. Riportare indietro gli ostaggi è sempre stata una priorità per Israele. Il timore che Hamas possa sfruttare la pausa per riorganizzarsi è concreto ma è anche vero che l’IDF può fare lo stesso. Un cessate il fuoco, oltre a riportare a casa gli ostaggi, servirà a dare un po di conforto alle centinaia di migliaia di civili presi tra due fuochi.