Quando si parla di animazione giapponese e nello specifico di quella relativa alle storie che narrando le avventure dei giganti di ferro, si pensa sempre ai classici Goldrake, Mazinga… e Jeeg.
E proprio su quest’ultimo, o meglio sull’elemento che lo distingue dagli altri, che vorrei soffermarmi: il Magnetismo.
Tutti i bambini, davanti alla fisica dei campi magnetici con i suoi fenomeni di attrazione-repulsione sono rimasti affascinati la prima volta che hanno avuto modo di avere in mano una calamita. Ancora di più quando le calamite erano due e messe vicino con i poli uguale si creava il gioco di repulsione.
Un fascino incredibile verso questo fenomeno che è stato ben sfruttato nell’animazione ma anche nel mondo dei fumetti. Infatti gli appassionati di fumetti Marvel e nello specifico degli X-men hanno avuto modo di conoscere uno dei personaggi più potenti e complessi di quell’universo narrativo, ovvero Erik Lehnsherr, alias Magneto, signore del magnetismo. Nemesi dei mutanti di Charles Xavier, Magneto ha mostrato in ogni sua apparizione un potere incredibile grazie al controllo sul magnetismo e quindi su tutto quello che conteneva ferro, anche solo se fossero particelle.
Un potere incredibile che non poteva non essere “riutilizzato” anche nell’animazione anche se in maniera diversa. E fu proprio Gō Nagai nel 1972 ad utilizzare l’espediente del magnetismo in Mazinga Z in cui il Dott. Inferno schiera un robot capace di generare una tempesta magnetica che interferisce con i comandi di Mazinga impedendo a Koji Kabuto (Rio in Italia) di combattere al meglio. E questo espediente verrà utilizzato anche successivamente da altri nemici che utilizzeranno raggi magnetici e onde elettromagnetiche contro Mazinga. Ma è con Deimos F3 (ep.9) prima e Belags V5 (ep.27) dopo che Gō Nagai mette nero su bianco un’idea che verrà poi utilizzata per Jeeg Robot (unita all’esigenza di Takara che voleva vendere dei robot componibili) ma anche per Gackeen e Balatack.
Un robot che sfrutta il potere magnetico per far si che i vari pezzi siano uniti tra loro e che all’occorrenza si sganciano o si uniscono ad altri pezzi (come ad esempio i missili o gli scudi rotanti in Jeeg Robot).
Ma questa intuizione che fu poi sviluppata appieno nel 1975 in Jeeg non ebbe un grande successo in Giappone mentre in Italia la serie divenne mitologica entrando nei cuori dei bambini e rendendola una delle più amate, seconda solo a Goldrake per quanto in molti la indicano come la prima.
I robot magnetici: Jeeg, Gackeen e Balatack
Tre serie che anno avuto successo esattamente con lo stesso ordine in cui sono stati scritti. Jeeg è in assoluto il più famoso, Gackeen rientra nel blocco dei robot “minori” che seppur amati dai fan non sono riusciti a diventare iconici nel grande pubblico, Balatack fanalino di coda di un’animazione che poteva essere qualcosa di meglio ma che non ce l’ha fatta (il robot è veramente brutto).
Jeeg Robot: la ribellione giovanile
Se prendiamo la serie in valore assoluto, non troviamo nulla di nuovo: le puntate sono lineari, introduzione, combattimento, fine. Quello che fa la differenza è la caratterizzazione del suo protagonista Hiroshi Shiba. Una figura carismatica che dietro gli abiti stile Elvis nasconde l’indole del pilota automobilistico che si ritrova tra le mani un potere e una responsabilità mai richiesta. Hiroshi non è l’eroe senza macchia e senza paura, è lontano dal concetto supereroistico che abbiamo dei protagonisti: è ombroso, rabbioso, spesso chiuso nelle proprie sofferenze individuali, eppure capace di slanci d’empatia profondissimi. Un personaggio che vorrebbe essere altro (un pilota di auto da corsa) ma che suo malgrado non può esserlo e la sua natura di cyborg gli chiede un sacrificio.
Nell’estetica e nella testa è un giovane irruento e poco incline a fare quello che gli si chiede, ma biologicamente non è umano. E’ il risultato di un esperimento che ha fatto il padre su di lui per salvarlo dalla morte, è una sorta di macchina da guerra che può trasformarsi nella testa di un robot che attraverso un campo magnetico che attraversa il suo corpo, si unisce agli altri componenti formando un colosso d’acciaio.
Nell’anime la sua natura non viene affrontata in maniera chiara ma nel manga è palese che non sia umano e che questo suo essere diverso sarà il fardello con cui dovrà vivere.
Ma la sua natura superumana, quella che gli permette di passare ad una trasformazione intermedia prima di diventare Jeeg, ci pone davanti ad una realtà chiara, ovvero che l’umanità la fa l’anima e non il corpo. E i sentimenti, il quel cyborg, compaiono tutti e in maniera forte, al punto da renderlo forse più umano di chi, nella carne, lo è più di lui.
Il potere magnetico
In questo anime assistiamo ad una rottura drastica con il passato: non abbiamo più un mecha guidato da un pilota dentro un’abitacolo, ma è il pilota stesso parte del robot. Dopo una iconica sequenza di aggancio entrata di diritto nella storia dell’animazione, la testa di Hiroshi si unisce ai componenti lanciati da Miwa Uzuki, partner femminile alla guida del Big Shooter.
La forza magnetica è quella che tiene tutto insieme, è l’elemento di coesione tra elementi principali ed elementi secondari. Il magnetismo aiuta Jeeg a comporsi, ad usare le armi, a vincere. Senza il magnetismo non ci sarebbe questo potere e sarebbero tutti morti.
Un potere che, sul finale, trasforma Jeeg in una sorta di cavaliere grazie all’introduzione del cavallo “Antares” che, sempre grazie al magnetismo, si aggancia al corpo del robot diventando un solo corpo.
Una metafora visiva dell’amore che nella vita reale è il legante delle nostre vite.
Gackeen, un tentativo riuscito a metà di ripetere un successo
Forte dell’esperienza di Jeeg, la Toei nel 1976 cerca di bissarne il successo con una produzione affidata a Shinobu Urakawa e Tomoyoshi Katsumada, che aveva il compito di esplorare ulteriormente le dinamiche del magnetismo: Ga-Keen (da noi diventato semplicemente Gackeen).
Per anni il fandom ha attribuito a Gō Nagai la paternità di questo progetto ma a conti fatti non è così. Nonostante Nagai collaborasse con la Toei Doga e nonostante il Character Design si affidato a Kazuo Komatsubara (che aveva già lavorato con Nagai su Ufo Robot Goldrake), Gackeen e Jeeg Robot condividono solo il concetto di potere magnetico che fa muovere i robot.
I due protagonisti sono caratterialmente agli antipodi:
- Takeru Houjou, campione di arti marziali, ribelle, la classica testa calda, strafottente in merito a questioni di guerra e sacrifici. Dopo essere stato colpito da un fulmine ed essere sopravvissuto, gli resta la capacità di resistere ed assorbire e rilasciare energia elettromagnetica.
- Mai Kazuki, ligia al dovere, totalmente dedita alla causa, si sottopone a test fisici estenuanti e dolorosi per abituare il suo corpo a gestire l’energia elettromagnetica.
Insieme formano la coppia “Uomo magnete plus” e “Donna magnete minus” che dopo una trasformazione anch’essa epica, saliranno a bordo dei robot Plyzer e Mighty prima di lanciarsi in quella che è una delle fusioni più amate dal pubblico: la croce di incanto.
Una volta espulsi dalle cabine di pilotaggio dei due robot, Takeru e Mai si uniranno in una sorta di girandola che con il nome di “Uomo magnete in un solo essere” li trasformerà in un blocco di metallo a doppio esagono che fungerà da catalizzatore per gli elementi magnetici che compongono il Gackeen (un po’ come la testa di Jeeg lo era per il corpo).
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una struttura che rifiuta il concetto di pilotaggio classico. Il robot finale è una fusione biomeccanica creata dall’unione energetica di due esseri umani.
Una trasformazione affascinante che vede due esseri umani diventare tutt’uno sia a livello mentale (controllano insieme il robot, segno che condividono il flusso cerebrale) sia a livello meccanica, conservando al tempo stesso la loro umanità (il processo è reversibile).
Un legame che è esaltato dalla carica magnetica “più” e “meno” e che, proprio in un episodio, mostra come questo legame non sia altrettanto forte se una delle due componenti non è “pura”. Il riferimento è all’episodio 31 in cui Mai è ferita e Takeru ha a disposizione un modulo ausiliario per trasformarsi in Gackeen ma con il risultato che il robot non riesce a rispondere perfettamente.
L’unione + e – viene esaltata da quella uomo-donna che, anche nella vita reale, è composta dall’equilibrio femminile e dai comportamenti più istintivi e irruenti dell’uomo.
Sigle che hanno fatto la storia
Se è vero che le due serie, anche se in maniera diversa hanno creato degli immaginari collettivi molto forti, è anche vero che parte del loro successo la si deve alle bellissime colonne sonore interne e alle due sigle italiane.
- Jeeg Robot d’Acciaio: Interpretata da Fogus (Roberto Fogu), la sigla è un adattamento della base originale giapponese riarrangiata da Detto Mariano con un testo scritto appositamente. Ad oggi è un brano entrato nel patrimonio della musica pop italiana.
- Gackeen: brano scritto dal maestro Vito Tommaso e cantato dal coro I Mini Robots punta su sonorità funk e disco con una voce femminile seducente che canta su un testo poetico e iconico sulla dualità dei sessi.
Piccola curiosità che allieta le nostre orecchie oltre la musica: i personaggi di Hiroshi e Takeru sono stati doppiati in italiano da un immenso Romano Malaspina, già voce di Actarus in Ufo Robot Goldrake ma anche Rio Nagare nella saga di Getta Robot. Ma il suo curriculm è vasto e meriterebbe un approfondimento futuro.
Balatack, il robot magnetico che non ce l’ha fatta
Sconosciuto ai più, questo anime rientra nella categoria dei robot più brutti di sempre.
Tralasciando i riferimenti a cose già viste (il robot che esce da uno specchio di acqua come i Mazinga, l’interno della base che è molti simile a quella di Procton in Goldrake, il protagonista che gioca a football americano come in Ufo Diapolon, l’allenatore che è identico a Rigel di Goldrake, le astronavi poste su tre hangar di diverse altezze come in Getta Robot, e via dicendo) la serie non riesce mai a decollare e il potere magnetico che tiene insieme il robot, diventa quasi marginale. Anzi, qui l’elemento principale sono i poteri ESP dei cinque protagonisti che tengono tutto insieme.
Allora perché è nato Balatack verrebbe da dire e perché farne un robot magnetico?
Perché nel 1977 la Takara, già produttrice dei giocattoli di Jeeg, vuole continuare ad usare quel sistema magnetico e quindi, come nel 1975, chiede che venga realizzato un nuovo robot che possa essere venduto ai bambini dell’epoca.
A questo si è aggiunto un doppiaggio italiano poco felice che ha deciso di dare ad uno dei cinque piloti un nome italiano: Yuji, Yuri, Mack, Dicky e… Franco (in origine Franas).
Un anime che non ha lasciato il segno in nessuna maniera nonostante il character design di Kazuo Komatsubara (vedi sopra).
Unica nota positiva è la sigla iniziale giapponese interpretata dal compianto Ichirō Mizuki a cui si devono successi immortali come: Mazinger Z, Babil Junio, Ryu il ragazzo delle caverne, Il Grande Mazinger, Tekkaman, Jeeg Robot, Gackeen e molte altre