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Misurare le aspirazioni del Napoli che verrà non è facile. Nessuno sta peggio di Aurelio De Laurentiis, consapevole che il margine tra gettare via quanto fatto in vent’anni di gestione e rilanciare le sue ambizioni, in questo momento diventa risicatissimo. Al di là del nome cui il presidente affiderà la rinascita, con tempistiche difficili da prevedere, appare evidente che urge un allenatore abile a plasmare l’ambiente a sua immagine e somiglianza. Non necessariamente uno dotato di incontestabile curriculum da vincente per antonomasia, come Antonio Conte. Ma comunque un uomo di campo. Che rivendichi orgogliosamente i suoi principi calcistici. Abituato a cambiare la visione dei giocatori, convincendoli ad adattarsi, con coraggio e buon senso anche a nuove idee, attraverso una solida cultura del lavoro.

Insomma, uno come Marco Baroni, per esempio. Dato per spacciato dopo che al mercato di gennaio gli avevano ceduto praticamente mezza squadra. Al termine del girone di andata il Verona aveva la miseria di 14 punti, ed era terzultimo. Al punto che la retrocessione ormai veniva data per scontata. Capace in ogni caso di risollevare i gialloblù, innestando in perfetti semisconosciuti una feroce determinazione mentale. Dando così una bella pedata nel sedere a quei luoghi comuni che volevano gli scaligeri già con un piede abbondantemente nella fossa. I 23 punti conquistati nel girone di ritorno, salvandosi con una giornata di anticipo, rappresentano davvero un miracolo.

Il passato che ritorna

Se volessimo azzardare un parallelo, basterebbe ricordare che negli ultimi anni Sarri e Spalletti rientrano sicuramente tra i tecnici più iconici all’ombra del Vesuvio. Perché hanno richiamato tutti i giocatori a un’assunzione generale di responsabilità, invitandoli a sgobbare quotidianamente.

Rimboccandosi le maniche e trasformando progressivamente il gruppo talvolta disomogeneo in una vera squadra. Poi intorno a questa evidenza hanno sviluppato un imprevedibile gioco posizionale, tentando sempre di dominare le partite grazie al possesso. Nondimeno, nulla vieta di immaginare che nella prossima stagione in seno al Napoli potrebbero esserci delle novità in grado di determinare un radicale cambiamento nel sistema. Con meccanismi studiati nei minimi particolari per costruire la difesa a tre. Del resto, il giudizio su Conte riguarda (quasi…) esclusivamente il modo in cui padroneggia tale impostazione tattica. Una prospettiva ideologica che tende a sottolineare la solidità della sua fase difensiva.

Manna vs i preconcetti

Magari proprio in questo scenario si inserisce la figura di Giovanni Manna, che varcando (finalmente…) i cancelli di Castelvolturno s’è incontrato con Andrea Chiavelli, storicamente l’uomo di fiducia della proprietà, dando vita all’alba della ricostruzione. Per inciso, quello che suggerisce a DeLa come allargare o stringere i cordoni della borsa. Il “nuovo” Napoli infatti non potrà derogare dalla simbiosi strategica tra diesse ed amministratore delegato.

Il primo nodo da sciogliere rimane non solo quello della guida in panchina. Bensì, l’inversione di una concezione arcaica. Per cui i risultati di una squadra dipendono in gran parte dai giocatori. Mentre l’allenatore è sostanzialmente ininfluente. Una visone assai diffusa nei tifosi e tra gli addetti ai lavori, che considerano ancora questa figura marginale, in ossequio al principio: basta che faccia meno danni possibili. Dimenticando che i calciatori non sono le pedine del Subbuteo.     

Ecco perché urge scegliere un uomo di campo, capace di coinvolgere tante individualità, all’interno di un sistema di gioco che esalti le loro caratteristiche tecnico-tattiche. Una decisione, dunque, da prendere senza alcun pregiudizio ideologico o preconcetti relativi al curriculum dei candidati. Una decisione che potrebbe pure dimostrare l’imprevedibilità del nuovo direttore sportivo.

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