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Alla fine Aurelio De Laurentiis ha sciolto la gloria. La scelta di delegare la ricostruzione del Napoli ad Antonio Conte è sintomatica della strategia presidenziale: affidarsi finalmente a un allenatore di grande personalità, capace di impattare in maniera devastante sull’ambiente. Rassicurando i tifosi, frustrati dopo la fallimentare stagione post scudetto. Ed al contempo, garantendo attraverso una indubbia credibilità calcistica, la costruzione di una squadra vincente, dopo le straordinarie parentesi alla guida di Juve, Inter e Chelsea.

Da dove viene e come lavora Conte lo sanno pure le pietre. Un uomo dal carattere forte, allergico ai compromessi. Spesso dipinto dai suoi detrattori come un burbero. Nella migliore delle ipotesi, indifferente all’improvvisazione. Del resto, la distanza fra un tecnico mediocre e uno di valore assoluto passa anche dalla feroce determinazione, che alimenta fame di successi e spirito di sacrificio.

Conte, un martello in allenamento

Lo sa bene chi ha letteralmente “faticato” con Conte, specialmente agli inizi della sua carriera. Un calcio di altri tempi, legato a dinamiche magari più artigianali, dov’era necessario sporcarsi le scarpe in contesti lontanissimi dalla Champions League. 

La storia professionale del prossimo allenatore del Napoli comincia nella stagione 2006-07 all’Arezzo, in Serie B. Probabilmente, proprio l’esperienza contraddittoria in Toscana, conclusa con la drammatica retrocessione all’ultima giornata, ha contribuito ad affinare il suo metodo, tra mito e realtà. Di quella squadra Nicolás Bremec era il portiere: parlare con lui significa approfondire con quanta passione abbia iniziato la carriera Conte.

A quei tempi, specialmente gli allenamenti erano diversi. Lui ci sorprese con metodi più moderni. Un grande lavoro incentrato su tattica e preparazione fisica. E poi l’uso della video-analisi, una novità…”.

In quella torrida estate due avvenimenti turbano l’ordine precostituito. L’Italia di Lippi vince il Mondiale. E la scure di Calciopoli si abbatte sull’italico pallone, revocando titoli, comminando punti di penalizzazione, condannando la Juventus alla cadetteria. Conte assiste con malinconia alla retrocessione della sua ex squadra, covando la speranza che da Torino arrivi la fatidica telefonata. E invece deve bere l’amaro calice della delusione: i bianconeri appaltano la risalita a Didier Deschamps. Ma ormai Antonio ha deciso, vuole mettersi in proprio. L’anno di apprendistato come vice di Gigi De Canio al Siena non gli basta più.

Così, quando lo chiama il direttore sportivo Ermanno Pieroni, incurante dei sei punti di penalizzazione da scontare in campionato, non se lo fa ripetere due volte: accetta, pur senza conoscere nessuno degli uomini in organico e vola in ritiro a Norcia. Sono giorni in cui il presidente Piero Mancini, appesantito dallo sforzo economico sostenuto la stagione precedente per rincorrere i play-off, smobilita la rosa. Conte si cala in quel clima da discount, con giocatori che vanno e vengono. Nel frattempo, getta le basi per un ambizioso 4-3-1-2, tentando di mettere in pratica i principi espressi nella tesi discussa al Supercorso. Tuttora conservata negli scaffali della Biblioteca di Coverciano: “Considerazioni sul 4-3-1-2 e uso didattico del video”.

L’impatto è stato forte. Era una metodologia tutta nuova. Noi venivamo dall’anno prima, con Gustinetti, che era certamente meno esigente di Conte. Eppure avevamo sfiorato i play-off (a parità di punti, 66 e di scontri diretti, il Cesena passò grazie alla differenza reti, per un solo gol, n.d.a.). Inizialmente abbiamo sofferto. La pressione mentale: per esempio, durante la settimana, se il sabato precedente non avevamo fatto bene, lui era un martello. Ci faceva pesare l’idea che dovessimo prepararci ottimamente in vista della gara successiva. E poi, i carichi di lavoro. Fisicamente e tatticamente. Ci siamo dovuti adattare in fretta. Ma dopo andavamo a duemila…”.   

Quanto pesano i penalty falliti

Nonostante le mille difficoltà, l’Arezzo si aggrappa alle idee del tecnico. Supera addirittura tre turni di Coppa Italia, regalandosi un impronosticabile qualificazione agli Ottavi: eliminando nell’ordine, ai rigori il Perugia, il Venezia vincendo nei supplementari e facendo fuori l’Udinese, nuovamente ai rigori.   

Sulle ali dell’entusiasmo, gli amaranto arrivano con propositi baldanzosi al debutto in campionato. Consapevole della rosa a sua disposizione, Conte opta per un sistema di gioco maggiormente conservativo. Un 4-4-1-1 in cui l’unico attaccante è Floro Flores, supportato dal talento del brasiliano Rafael Bondi. Ed i centrali sono sostanzialmente degli incontristi, dediti molto alla lotta e poco al governo della palla (Bricca e Di Donato).

L’1-1 all’esordio casalingo contro il Mantova diventa il manifesto di un autunno da dimenticare, con punti gettati al vento e una lunga striscia di rigori falliti. Al cospetto dei virgiliani, sbaglia Vigna. Ennesima amarezza la settimana successiva, solamente 0-0 a Frosinone: i toscani dominano, ma Floro Flores spreca dagli undici metri. Poi ancora due pareggi a reti bianche, con Napoli e Albinoleffe. A seguire, tre sconfitte consecutive, in casa contro Bari – là è Bondi che non sfrutta un altro tiro dal dischetto – e Triestina. Inframezzate dalla trasferta di Marassi, col Genoa di Gasperini, destinato alla promozione diretta, che ne segna tre. Quindi, al culmine di una magra alternanza tra pareggi (Spezia) e sconfitte (Cesena), l’esonero. Reso ancora più crudele dal fatto che arriva nella settimana che precede la gara contro il “suo” Lecce. Purtroppo la classifica langue, l’Arezzo è ultimo, inchiodato sempre sul -1.

Credo che abbiano pesato tantissimo i punti di penalizzazione. Il mister ha grande personalità. E’ uno tenace, molto esigente, che non lascia mai nulla al caso. Il classico allenatore che intende instillare una mentalità vincente nel gruppo. Non entrò certamente in punta di piedi nello spogliatoio. Del resto, la sua storia alla Juve la conoscevamo tutti. Il suo approccio ci ha fatto crescere. E funzionavamo pure sul versante del gioco: compatti, stretti e corti. Ma i rigori sbagliati e qualche vittoria trasformata in pareggio furono determinanti!”.     

Conte “bis”, il motivatore

La gestione di Maurizio Sarri, al netto di qualche piacevole digressione, anticipo dell’Estetica Trascendentale ammirata anni dopo all’ombra del Vesuvio, non inverte il trend negativo. A quindici giornate dal termine l’Arezzo rimane desolatamente ultimo, a -8 dalla salvezza. Scontato a quel punto richiamare Conte. D’altronde il suo numero Pieroni lo tiene gelosamente custodito in rubrica. Antonio accetta una sfida talmente impossibile da apparire pura utopia soltanto per chi ne sottovaluta l’orgoglio. Conscio di non avere nulla da perdere, in un impeto di sana follia tattica, cambia approccio e ridisegna la squadra: 4-2-4 con gli esterni d’attacco all’altezza delle due punte.

Morale della favola: a undici dalla fine la salvezza rimane distante dieci punti. Urge un miracolo. Che ovviamente si concretizza. Cinque vittorie consecutive, intervallate dalla manita casalinga subita dalla Juventus. Dunque, riprende la rincorsa con l’ennesima vittoria, a Rimini con doppietta di un imprendibile Floro Flores.

Antonio era particolarmente incazzato quel giorno. E immarcabile. Non aveva digerito la brutta sconfitta coi bianconeri. Ce l’aveva anche con il sottoscritto. In verità, non avevo fatto benissimo, soprattutto in occasione del secondo gol. Non calcolai bene il tempo e mi feci un po’ sorprendere in uscita da una parabola impazzita. Forse perché ero carico a palla. Del resto, all’andata, avevamo pareggiato 2-2 a Torino. In rimonta, dopo le reti di Trezeguet e Palladino. Sarri aveva fatto entrare dalla panchina Martinetti, che realizzò una doppietta. Loro erano davvero troppo forti per la categoria. C’erano quasi tutti i big della A: Buffon, Chiellini, Marchisio, Del Piero, Trezeguet…”.  

Si decide tutto a 180 minuti dalla fine. Alla penultima, uno Spezia in caduta libera perde in casa. L’Arezzo tuttavia non va oltre lo 0-0 casalingo con il Modena. All’ultima giornata la situazione vede liguri e toscani distanti la miseria di un punticino (43 a 42) e il calendario dice Treviso-Arezzo e Juventus-Spezia. Ormai la Vecchia Signora ha staccato totalmente la spina. E regala i tre punti. Presumibile che abbiano influito sull’ambiente le clamorose dimissioni di Deschamps a promozione acquisita.  

Abbiamo appreso della nostra retrocessione praticamente in campo, ascoltando la radiolina. I nostri tifosi ci hanno applaudito. Il mister era impassibile. Una tranquillità apparente che però proveniva dalla consapevolezza di avere dato il massimo…”.

Insomma, se per l’Arezzo è davvero inconcepibile retrocedere in questo modo, con sette vittorie nelle ultime nove partite, Conte dimostra una enorme leadership mentale.

Un grande motivatore. Pensa che alla vigilia di Arezzo-Bologna portò tutta la squadra al cinema a vedere “300”. Il giorno dopo, eravamo talmente carichi, che la nostra prestazione fu parimenti orgogliosa, e li bloccammo sull’1-1 nonostante fossero in piena zona promozione. In panchina non si ferma un attimo, sembra che giochi lui stesso la partita. Tosto con noi giocatori, da cui pretendeva sempre la massima attenzione e applicazione. E incazzoso. Con i giornalisti, per esempio: quando aveva qualcosa da dire, non si tirava certo indietro. Anzi, rispondeva senza peli sulla lingua. E poi con gli arbitri. A Brescia fummo sconfitti da un gol di Hamsik su rigore, con mia conseguente espulsione. Oserei dire, un po’ dubbio. Il mister si fece cacciare dall’arbitro per protese!”.

Negli anni a seguire il tempo è galantuomo con Antonio. Le innegabili qualità, in termini di capacità nelle letture tattiche lo conducono in posti in quel momento inimmaginabili. In ogni caso, questa è un’altra storia…

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