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Dopo l’eliminazione dalla Champions League, Inter e Napoli – grandi deluse dalla settimana europea -, si rituffano prepotentemente nel campionato, sfidandosi tra loro. Ovviamente con stati d’animo agli antipodi. I nerazzurri, con un rassicurante margine di vantaggio sulle inseguitrici, vogliono superare lo sconforto approfittando dello scontro con i Campioni d’Italia, per strappar loro l’ultima briciola di tricolore ancora attaccato alla maglia, chiudendo simbolicamente la pratica scudetto. La stagione dei partenopei, al contrario, è un manifesto all’incompiutezza nella programmazione, associata alla malagestione dei momenti topici. Nondimeno, le chance di rimanere aggrappati al carrozzone delle Coppe, passa proprio per San Siro. Ecco com’è andata…  

Meret: 6,5

Anche se la matematica ormai ha già emesso il suo verdetto, la posta in palio, almeno sul piano emotivo, è abbastanza alta da far tremare le gambe: l’ideale passaggio di consegne tra i Campioni d’Italia in carica ed i (probabilissimi) successori. L’Airone dà una illusoria sensazione di invulnerabilità al 13’, con un doppio intervento salvifico, prima sulla zuccata di Darmian, poi sulla botta a colpo sicuro di Lautaro. Con il passare dei minuti, però, la realtà si rivela nella sua brutalità. E la serata si trasforma in incubo. L’amnesia colossale dei compagni all’alba della ripresa lo costringe agli straordinari sul centravanti argentino. Poi ci pensa Dimarco su una punizione a due, a spingere forse sulle gambe, allungando la traiettoria del tracciante. Coraggiosamente, si immola in uscita alta su Thuram nel finale.

Di Lorenzo: 5,5

Comincia la gara con leggerezza, ispirato e creativo nel proporsi in avanti. Ma Dimarco col suo stile intenso, fatto di corsa e inserimenti da ala pura, lo riporta di forza coi piedi per terra. Sbaglia clamorosamente i tempi dell’uscita al 13’, innescando il ribaltamento del fronte nerazzurro, poi smorzato dal doppio intervento di Meret. A quel punto, la contesa diventa un affare personale, caratterizzato da duelli da vincere, invece di soccombere. A rendergli la serata maggiormente complicata, i movimenti delle mezzali nerazzurre. Perché se Politano non scivolava tempestivamente all’indietro, bastava che Anguissa uscisse su Mkhitaryan, per subire l’imbucata. A quel punto, il capitano finiva in sottonumero, preso in mezzo tra l’armeno e l’ossigenato laterale della Nazionale.   

Rrahmani: 6

Attaccanti come Thuram costringono a indossare la tuta da operaio, perché ti obbligano ad accettare un contesto “sporco”, fatto di sofferenza e agonismo esasperato. Il kosavaro lo tiene anche bene. Come i compagni, dorme con brutale goffaggine sul taglio di Darmian. Da quel momento qualcosa si perde, nell’animo e nelle marcature preventive, di Amir. Nonostante qualche dettaglio fuori posto, pare che nessuno consideri l’avversario odierno, pieno di giocate e spunti talentuosi.

Juan Jesus: 6,5

Ha la personalità per reggere l’impatto modello slavina di un Lautaro Martinez ferocemente determinato a cancellare la notte europea del Metropolitano.  Al 10’ primo squillo difensivo, con una forte e decisa diagonale di copertura sul Toro nerazzurro, impedendogli di battere comodamente a rete. Pur andando talvolta in affanno, sembrava avere comunque la presenza fisica e la solidità mentale per non mandare all’aria il pomeriggio. Nondimeno, i singoli episodi della partita si incastrano in successione a favore dell’Inter, che sblocca una gara sostanzialmente in equilibrio, ad un Napoli a difesa schierata. Parliamo di dettagli, ma sono esattamente questi che determinano, a livelli altissimi. Per esempio, il taglio backdoor con cui pareggia rientra esattamente in questa casistica.

Olivera: 5,5

L’uruguagio appare remissivo, spaventato dalla responsabilità di produrre qualcosa di interessante, piuttosto che assumere un atteggiamento conservativo. Mentre le triangolazioni sulla catena di sinistra per garantirsi l’ampiezza sono una variante efficace nel calcio di Calzona. Barella annusa l’odore del sangue e cerca di approfittarne. Difficile del resto scalfire la convinzione da invasati con cui il centrocampista nerazzurro attacca in conduzione o aggredisce forte lo spazio senza palla, specialmente se la controparte gli permette di entrare in un loop tecnico-tattico dominante.  

(dal 74’ Mario Rui: s.v.)

Entra ed il possesso palla comincia palesare una certa aggressività, penetrando tra le maglie della difensiva interista. Facile distinguere tra la maggiore brillantezza del portoghese e l’eccessiva prudenza dell’uruguagio.

Anguissa: 6

Accentua la sua tipica ispirazione di tuttocampista, abile nella lotta e nel governo: tenta di manipolare il centrocampo di Inzaghi, curando Mkhitaryan, ed evitando che il turco lavori in situazione di palla scoperta. A sua volta l’armeno, assai dinamico, intende obbligare il camerunese a rimanere guardingo nella propria metà campo. Insomma, un bel duello. Un progetto che mostra qualche lacuna, perché Zambo non lesina energie e dimostra una discreta confidenza nell’esprimere la sua a tratti fisicità incontenibile.

Lobotka: 6,5

In alcuni frangenti, amministra il possesso ravvicinato con la tradizionale calma ed eleganza, plastica rappresentazione delle abilità che hanno reso la manovra partenopea speciale nelle stagioni passate. Le sue letture si incastrano bene con le scelte strategiche di Calzona, che ha optato per un approccio incline a mettere pressione a Calhanoglu, mettendolo in mezzo, tra Raspadori ed il pivote azzurro. Costretto a ripensare la fase di costruzione, lo slovacco tenta di ribaltare il gioco. Ma il ritmo langue, e senza un centravanti che fissa la linea difensiva altrui, diventa complicatissimo esplorare la profondità. Fa una cosa che quest’anno è già capitata a Barcellona, dando il là alla spietatezza del contropiede avversario. L’azione del gol di Darmian nasce da una sciabolata morbida di Sommer, con Lobotka che esce e viene saltato.  

Traorè: 5,5

Uno dei temi tattici del match riguardava come l’ex Sassuolo avrebbe influenzato il gioco del Napoli. Lui che generalmente interpreta in modo decisamente fluido il ruolo. Partendo dalla contrapposizione con Barella, la mezzala ivoriana sceglieva di abbassarsi, mantenendo compatta la struttura del centrocampo a tre, andandosi a prendere il pallone per gestirlo meglio ed al contempo, controllare gli strappi del sardo. Quindi, si alzava, occupando lo spazio alle sue spalle, con un taglio profondo. Così da portarlo fuori posizione. E soprattutto, offrendo un appoggio affidabile sulla trequarti. Oltre a lasciare libero di ricevere Kvaratskhelia, quando stringeva molto centralmente.  Teoricamente, tutto bello e funzionale a progredire la manovra. Però lui è lezioso, quasi un giocatorino. Forse inadatto per una maglia da titolare, garantita esclusivamente da lacune in organico. E non certo per meriti conquistati in virtù di una elevato rendimento. Sciagurato il passaggio in orizzontale, che attiva la prima azione pericolosa dell’Inter, al 10’. Discreto lo spunto con annesso tiro un attimo prima di venire sostituito, unico lampo in una serata altrimenti inguardabile.

(dal 70’ Cajuste: s.v.)

Tiene vivo il centrocampo e ripulisce qualche buon pallone.

Politano: 6

Quando va in trance agonistica, generalmente, poi tutto gli riesce facile. Le situazioni in cui punta Bastoni veicolano un senso di sicurezza, ai limiti della spavalderia. Quella leggerezza ed il gusto per la giocata, che raggiunge picchi vertiginosi nei momenti fondamentali. Peccato che spesso i compagni non lo assecondino. Allora si mette in proprio, ripiegando, per sfruttare la vicinanza delle linee e la compattezza della struttura sottopalla del Napoli. Ergo, ripartire, dando vita a lunghe transizioni in campo aperto. Sull1-0 scadente il suo contributo difensivo, che lascia troppo isolato Di Lorenzo nell’assorbire il lavoro in coppia del “quinto” mancino, coadiuvato offensivamente dalla salita di Bastoni, autore del cross girato in rete da Darmian.

(dal 91’ Ngonge: s.v.)

Cambio ruba secondi.

Raspadori: 5

Calzona lo preferisce a Simeone (praticamente scomparso dalle rotazioni, chissà perchè…) e mancando l’impatto fisico, chiaramente insufficiente a far vacillare la retroguardia dell’Inter, sposta lo scontro verso una dimensione in cui venga privilegiata l’agilità. Niente verticalità immediata, dunque, a mettere in affanno la difesa di casa. Bensì notevole ricerca di calcio associativo. Di conseguenza, sono aumentati i tentativi di penetrazione manovrata. Che funzionano solamente se la chimica con Kvara si esprime costantemente. Svuotando il centro, Jack s’è mosso con rapidità e tecnica. Tuttavia, se eludeva Acerbi, puntuale c’era il recupero di Bastoni. Insomma, non la vede mai e si intristisce, caracollando per il campo, alla stregua di un mezzo giocatore.

(dal 74’ Simeone: s.v.)

El Cholito si piazza negli ultimi sedici metri e sgomitando si cerca spazi vitali, facendo a sportellate con chiunque. Inspiegabile i 15’ e poco altro concessi all’unico centravanti posizionale abile e arruolabile, cui è stata preferita una bella statuina. Per ruolo e cattiveria agonistica, meritava ben altra considerazione dall’allenatore.

Kvaratskhelia: 5,5

Il nuovo scaglionamento offensivo mira a esaltare le caratteristiche estremamente qualitative del georgiano nell’uno contro uno. Peccato che per buona parte del primo tempo non riesca a sfuggire alla marcatura di Darmian o Pavard, ricevendo sempre di spalle. Consapevole della mancanza di peso offensivo, innesca le rotazioni sull’esterno, nella speranza che venga poi premiato il sovraccarico prodotto in quella zona di campo. In effetti, quando decide di esplorare i mezzi spazi, toglie loro ogni riferimento. E provoca subito l’ammonizione del francese, che ne smorza la volta verso la porta, abbattendolo. La sensazione che non riuscisse a sfruttare questi movimenti per avanzare è evidente, se pensiamo che il primo spunto degno di nota arriva soltanto al 55’. C’entra chiaramente l’ottima organizzazione difensiva della capolista. Ma se gli uomini di Inzaghi sono stati attenti a non farsi “portare a spasso”, bisogna sottolineare la solitudine offensiva di Kvara, che li ha agevolati.

(dal 91’ Lindstrom: s.v.)

Garbage time, per bruciare il cronometro.

Allenatore Calzona: 5

In pochi mesi il destino del Napoli si è letteralmente ribaltato. Da corazzata, talmente bella, da essere celebrata come una delle più forti della storia recente, capace di mortificare chiunque in campionato – nonché una delle migliori viste in Europa -, a banda di “scappati di casa”. In questo scenario da spirale decadente, con la squadra etichettata come spompata, senz’anima e a fine ciclo, anche il giudizio sul suo lavoro sta cambiando velocemente. Passando da stratega sopraffino a lettore traballante di situazioni e cambi in corso d’opera. Il risultato di stasera non è casuale. I suoi demeriti esistono: Raspadori e non Simeone forse sarebbe il caso di spiegarla. Come il doppio black out, troppo simile a Barcellona per essere una coincidenza, sul gol del vantaggio, preso facendosi saltare dal lancio di Sommer. E immediatamente dopo con una ripartenza, smorzata in angolo: la squadra però era paurosamente spaccata in avanti. Inoltre, mentre la catena di sinistra dell’Inter saliva di giri, appena cominciato il secondo tempo, lui guardava senza reagire. Ritardando oltremisura i cambi. Eppure, ci sono ancora nove partite per non perdere ulteriormente la faccia e provare a salvare la dignità. A prescindere se poi gli azzurri raggiungeranno davvero la zona Europa: qualsiasi Coppa dovesse eventualmente arrivare. 

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