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Dopo la durissima contestazione a squadra e proprietà, che ha chiuso una delle peggiori prestazioni del Napoli, l’ennesima di questa stagione imbarazzante, avremmo dovuto parlare esclusivamente del futuro, piuttosto che continuare sguaiatamente a puntare il dito contro De Laurentiis e qualche azzurro decisamente più svogliato dei suoi compagni al cospetto di un Lecce abbastanza remissivo. Invece è lo stesso cineproduttore a dimenticarsi degli sbagli inanellati nella gestione del post scudetto, che non possono scindersi dai suoi innegabili meriti nella conquista del titolo, facendosi attrarre da discorsi poco chiari sul prossimo allenatore.

La società partenopea è poco strutturata dal punto di vista gerarchico, nonché fortemente radicalizzata nel culto accentratore di ADL, che amministra la “sua” creatura a propria immagine e somiglianza. Così, il presidente smarrisce ogni buona intenzione e rinviando ai prossimi dieci giorni il nome del nuovo allenatore, trasforma la scelta in un rito polemico. Smentendo de facto la mistica che lasciava intendere l’arrivo di Antonio Conte a stretto giro di posta.

Tre numero imperfetto

E’ vero, nell’immaginario collettivo dei napoletani, siano essi tifosi organizzati, occasionali o semplici appassionati, il tecnico di origini leccesi sembra l’unico in grado di risollevare le sorti di un progetto fallito miseramente quest’anno. Il minimo indispensabile non basta più, puntare al ribasso, equivale a orientarsi su figure di contorno, tipo Garcia, Mazzarri o Calzona. Mentre il Napoli ha bisogno come l’acqua per un assetato nel deserto di idee tattiche, strategie relazionali nello spogliatoio e personalità debordante, se Don Aurelio intende davvero proiettarlo verso un futuro ambizioso e non ridimensionato. Per questo motivo, la rigidità nel dare un volto al nuovo timoniere appare inutile e pretestuosa.

Altro che dieci giorni: l’approccio indegno di un gruppo privo almeno di orgoglio dura ormai da mesi. Lecito quindi domandarsi cos’altro voglia attendere DeLa per mettere sulla tolda del comando colui che dovrà smontare e rimontare una squadra talmente mediocre da non riuscire a centrare nemmeno la qualificazione alla Conference League. Rimanendo desolatamente incastrata nel limbo della metà classifica.

Se c’è un messaggio che arriva dai tre tecnici che si sono alternati in panchina nell’annata appena conclusa, chiudendo la peggior temporada possibile per una squadra Campione d’Italia, è che l’identità ed i princìpi di gioco sono una merce assai rara. Da non sacrificare sull’altare della pecunia. Tantomeno dell’egocentrismo. Sono gli allenatori a mettere il marchio di fabbrica a un gruppo vincente. Mica i presidenti.

Conte allenatore “martello”

Innegabile che prendere Conte determini poi un grosso impegno per De Laurentiis, sul piano degli investimenti di mercato. Oltre alla necessità di fare un passo indietro e affidarsi in toto al nuovo “manico”. Non solo mettendogli a disposizione il materiale umano funzionale a sviluppare il suo calcio, dando una impronta precisa al “nuovo” Napoli. In questo ragionamento rientra ovviamente anche la sgradevole consuetudine di entrare nello spogliatoio nell’intervallo delle partite, oppure stazionare agli allenamenti, manco i giocatori avessero bisogno dell’insegnante di sostegno.

Magari non ha torto il presidente: “Non deve vincere il tifo, ma l’equità del ragionamento…”. Nondimeno, se veramente dovessimo utilizzare come parametro di valutazione comparativa il rendimento del Napoli 2023/24, salta subito all’occhio che mai come quest’anno l’incidenza di ben tra allenatori sostanzialmente inadatti abbia impattato assai negativamente sui risultati della squadra. Sarebbe il caso di meditare su questo piccolo particolare. Anzi, di “ragionarci” su…   

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